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IN UN MONDO IN CUI
SEMBRA CHE LE COSE VADANO AL CONTRARIO, DOVE CAPITA SPESSO CHE IL BENE
SI CHIAMI MALE E VICEVERSA, C'E' BISOGNO DI DARE SPERANZA E DI DIRE
LA (NON UNA DELLE TANTE) VERITA'; LA STORIA DI LUCA E' DI UNA FORZA
E UN CORAGGIO INCREDIBILE E SFATA TANTE FALSE FELICITA'.
"di
fronte all’omosessualità si ragiona secondo una falsa categoria di
libertà che non aiuta ad affrontare il problema, ma lo rimuove, lo
elimina, lasciandolo, di fatto, irrisolto... la mia malattia (aids) è
stata la mia grazia, perché mi ha costretto a riportare a galla domande
che il vagabondare di quegli anni avevano sopito ma non spento... Io le
ho detto delle mie esperienze omosessuali, ma questo non l’ha affatto
sconvolta. Quando però ho aggiunto che ero cattolico, e quindi contrario
alla pillola, mi ha mollato... Il problema dell’omosessualità non
riguarda il sesso, riguarda la propria umanità. Ero schiavo dei
sorrisetti e delle mistificazioni. Oggi sono un uomo vero, un uomo
libero".
Da Tempi del 20 Gennaio
2009 - di
Emanuele Boffi
http://www.tempi.it/il-caso/005031-luca-era-gay
Luca era gay
Il padre assente, il
primo innamoramento, l’Arcigay e il business delle crociere. Poi l’Aids,
il buio, le mele buddiste e l’icona della Madonna. Ad agosto si è
sposato. Con Teresa
Arcigay scatenata
contro Povia e Luca
di Emanuele Boffi
A tredici anni Luca si
innamorò del suo compagno di banco. L’estate scorsa Luca si è sposato
con Teresa, una bella ragazza, che quando dice qualcosa di importante ha
il vezzo femminile di guardare all’insù. Luca è “quel” Luca, quello
della canzone di Povia, quello del brano che il cantante dei bambini che
fanno ooh porterà al prossimo festival di Sanremo. Il titolo è già di
per sé assai significativo: “Luca era gay”. È bastato il verbo coniugato
all’imperfetto per mandare su tutte le furie l’Arcigay che ha
preventivamente – senza conoscere né il testo né le note della canzone –
attaccato il cantautore, accusandolo di giocare con la vita altrui: «è
un omofobo». In un comunicato l’associazione ha reso noto che «il Luca
della canzone potrebbe essere quel Luca Di Tolve che dichiara di esser
un ex gay guarito grazie alle teorie riparative di Joseph Nicolosi,
cattolico integralista americano, le cui tesi sono state ampiamente
confutate dalla comunità scientifica mondiale. Se Bonolis e il suo
direttore musicale intendono mandare in scena uno spottone clerical
reazionario contro la dignità delle persone omosessuali, sappiano fin
d’ora che la nostra reazione sarà durissima, rumorosa e organizzata».
Per ora, oltre alle
numerose pagine di siti internet che denigrano Luca e la sua scelta, la
“reazione” si è materializzata nella proclamazione di una manifestazione
davanti a un centro parrocchiale in provincia di Brescia. «Sabato 24
gennaio – racconta Luca a Tempi – ci sarà un momento di preghiera
all’interno di uno dei locali della parrocchia. è il primo incontro di
una serie, cui partecipano solo persone che credono che la fede li possa
aiutare a rifiorire da una situazione personale indesiderata. Ripeto: un
momento di preghiera, cui aderiscono liberamente delle persone. Eppure
ci tocca subire delle contestazioni. Ma di che tolleranza parla
l’Arcigay se uno non può nemmeno essere libero di trovarsi con persone
consenzienti a pregare?». Luca lo sa bene di essere diventato un
simbolo, «un personaggio, mio malgrado. Ma io non cerco pubblicità. Quel
che faccio, lo faccio perché ci credo. Ci rimetto dei soldi e del tempo,
non ci guadagno nulla. A queste contestazioni sono abituato, ma mi
rincresce per quei ragazzi che vogliono iniziare il percorso con noi.
Arrivano spesso da vicende difficili e un’accoglienza del genere non può
certo metterli a loro agio». Luca non conosceva Povia. «Ho scoperto
anch’io il titolo della canzone dalle pagine dei giornali. Gli ho
telefonato e mi ha detto che non sono io quel Luca, che lui vuole
raccontare una storia e basta». Però nella comunità gay si sa che Luca è
lui. Luca il tabù, Luca lo scandalo, Luca che si è sposato ad agosto con
Teresa.
Nomadismo
sentimentale
«I miei genitori si
separarono quando ero piccolo, mio padre se ne andò di casa. Rimasi da
solo con mia madre, in un ambiente tutto femminile. Giocavo con le
bambole, avevo mutato il tono della voce, mi sentivo molto rassicurato
quando stavo con le donne e spaventato, anche se attratto, dalle figure
maschili. Avevo tredici anni e nessun padre che mi spingesse a entrare
nel “gruppo dei maschi” da cui, invece, venivo respinto perché avevo
interessi diversi, perché non ero dei “loro”, perché non giocavo a
pallone come tutti. Questo mondo che pure mi attraeva, al tempo stesso
mi spaventava, mi lasciava ai margini, solo. A quell’età questa mia
infelicità e, al contempo, la necessità, come tutti, d’affetto, si
manifestò in pulsioni omosessuali. Così mi innamorai del mio compagno di
banco, un tipo assai diverso da me, assai mascolino e virile. Sbaglia
chi crede che “gay si nasce”, non è vero quel che è stato propagandato
da certi manifesti. La mia esperienza è comune a tutti gli omosessuali
che ho conosciuto. T’innamori di un maschio perché è quello che vorresti
essere. Ecco perché gli omosessuali si travestono da poliziotti, da
militari, da machi: perché è quello che vorrebbero inconsciamente
diventare, ma non possono essere.
L’attrazione per il mio
compagno non era corrisposta. Io stavo male, ero infelice, nascondevo i
miei pensieri, non ne avevo fatto parola con nessuno. Finché i miei
genitori mi portarono in un consultorio. Lì fu loro detto che ero gay,
di non preoccuparsi, anzi di lasciarmi esprimere secondo la mia
tendenza. Ecco il primo passo: se invece fossero stati aiutati a
comprendere che il mio disagio nasceva dalla mancanza di una figura
maschile di riferimento oggi, forse, saremmo qui a raccontare un’altra
storia. Invece, e questo accade ancor con più frequenza oggi, di fronte
all’omosessualità si ragiona secondo una falsa categoria di libertà che
non aiuta ad affrontare il problema, ma lo rimuove, lo elimina,
lasciandolo, di fatto, irrisolto. Mio padre e mia madre, due cattolici
per tradizione, non praticanti, non accettarono il giudizio dei medici
ma erano disorientati, non sapevano bene che fare, come comportarsi. Io
quel giorno, che ero rimasto fuori dalla porta, ma avevo sentito cosa
veniva detto loro, iniziai a incuriosirmi. Omosessualità, e che cos’è?
Erano gli anni di film come Il vizietto, La patata bollente, anni in cui
iniziava a manifestarsi una certa cultura gay. Ne ero sollevato: non
sono solo, ci sono altri come me. Me ne andai di casa a diciotto anni ed
entrai in un mondo colorato, affascinante, ricco di persone estroverse,
simpatiche e disinvolte. Iniziai a frequentare un ragazzo con qualche
anno più di me, a girare per discoteche e festini. Divenni ballerino in
una discoteca per omosessuali. Le prime volte era bellissimo: gente
accogliente e divertente sempre dedita al godimento della vita, allegra.
Ma c’è anche l’altro lato della medaglia: questi locali sono dei veri e
propri labirinti di sesso, dove ai piani superiori o inferiori puoi
soddisfare tutte le tue più recondite perversioni. Gli omosessuali
vivono un frenetico nomadismo sentimentale, non esistono relazioni
stabili e vere. è comprensibile: l’omosessuale, come chiunque altro,
cerca altro da sé. Se nell’altro trova solo qualcosa a sé simile, il
rapporto non può che essere effimero e compulsivo. Ma dopo la
consumazione, quel che rimane è solo una grande sensazione di vuoto, di
insoddisfazione, di tristezza. Mi fanno sorridere le rivendicazioni di
coloro che chiedono il matrimonio omosessuale: non può esistere
stabilità e fedeltà nel mondo gay perché quel che cerchi non può
resistere a lungo. Anche là dove è stato introdotto il matrimonio fra
persone dello stesso sesso, quanti effettivamente si sono sposati? E
quante di queste relazioni sono durate? Pochissime, forse nessuna.
Le casse
dell’associazione
I primi tempi ero molto
contento di questa mia vita. Eppure, la sera, quando rincasavo, sentivo
come un’ombra di tristezza. Mi sentivo solo, mi mancava qualcosa di
vero. E quando guardavo negli occhi i miei compagni vedevo la stessa
ombra. Però nessuno lo ammetteva, nessuno lo diceva. Riconoscerlo è uno
strappo doloroso. Significa ammettere che il bene che professi è solo
complicità, che la cultura che sostieni è basata solo sulla
superficialità e il piacere. Non si può avere una relazione con qualcun
altro, se non si sa chi si è.
Il sesso è il motore di
tutto. Anche dei soldi, ovvio. Negli anni Novanta andavo spesso a Miami:
facevo il ballerino nelle discoteche più in, ma ero un po’ stanco di
quella vita. Avevo studiato da accompagnatore turistico e pensai di far
fruttare quelle mie conoscenze. Mi rivolsi all’Arcigay prospettando loro
l’idea delle crociere per soli omosessuali. All’inizio la loro reazione
mi stupì: mi dissero “ok, ma devi rimanere nell’ambito della politica di
sinistra”. Politica? Sinceramente mi importava ben poco. Però avevo
bisogno del logo dell’Arcigay per far funzionare gli affari. Alla fine
capirono che il business fruttava bene e mi concessero il logo. Per anni
ho versato quote consistenti dei miei guadagni all’associazione. E
quando dico consistenti, intendo proprio “consistenti”. Ero anche
diventato membro dell’Iglta (International gay & lesbian travel
association) e frequentavo negli Stati Uniti i loro corsi di marketing.
Vi si spiega che “più sesso regali, più fai soldi”. Per cui si consiglia
di organizzare gli spazi con le docce in comune e di lasciare sempre
degli ambienti con zone oscure in cui sia più facile appartarsi.
La cosa funzionava. La
mia Malu group (avevo sullo stemma un delfino e delle palme) andava alla
grande. Ero un convinto sostenitore dell’associazione ed ero tra coloro
che più si erano spesi – la vicenda mi portò una certa notorietà – per
organizzare il Gay Pride di Napoli. Continuavo la mia vita dissipata tra
i party della città, frequentavo persone importanti della Milano bene,
avevo contatti nel mondo dell’alta moda. Eppure ero sempre più
insoddisfatto. Se il sesso è tutto, quando finisce quello, finisce
tutto.
Gli amici morivano
da soli
Arrivarono gli anni
Novanta e arrivò l’Aids. Vedevo gli amici morire, soprattutto vedevo
quanto fossero fragili le relazioni fra noi. Quando uno si ammalava, il
compagno fuggiva. Ne ha uccisi più la solitudine che il virus. Molti si
rifugiarono nella droga, alcuni si suicidarono. Morì anche un mio amico,
aveva solo ventisei anni. Mi feci controllare e risultai sieropositivo.
Sono letteralmente impazzito. La malattia mi ha costretto a mollare
tutto: l’appartamento in centro, il lavoro, i soldi. Eppure oggi dico
che la mia malattia è stata la mia grazia, perché mi ha costretto a
riportare a galla domande che il vagabondare di quegli anni avevano
sopito ma non spento. Così ho cercato risposte nel buddismo e questa
esperienza mi ha aiutato soprattutto a staccarmi da quel mondo tutto
materiale in cui ero immerso. Un giorno, mentre ero nel tempio buddista
assorto in preghiera, alzai gli occhi. Davanti a me stavano delle mele e
una pergamena, perché è questo il loro modo di pregare. Fu un lampo, fu
un pensiero e mi ritornarono in mente le immagini della Madonna che mia
madre teneva in casa. Perché devo stare qui, inginocchiato davanti a
delle mele, quando ho in me un’icona della Madonna?
Tornai a casa, ero
depresso e mi chiedevo perché quel Dio che bestemmiavo non potesse
benedirmi. Mi aggrappai al rosario, iniziando a recitare preghiere di
cui non ricordavo nemmeno le parole. Era un periodo molto confuso, però
ero convinto di aver trovato qualcosa in cui poter confidare. Non uscivo
mai di casa, se non per andare a Messa. Mi confessai, incominciai a
lavorare come commesso, io che fino a poco tempo prima impartivo ordini
a due segretarie.
Va bene gay, ma mica
sarai cattolico?
Un giorno trovai tra le
carte di un amico degli appunti su un tale Joseph Nicolosi, uno
psicologo cattolico americano celebre per la sua teoria riparativa. In
breve: è un percorso psicologico che aiuta a recuperare le relazioni
maschili che sono andate perdute. All’inizio mi arrabbiai. È duro
accettare la distruzione della propria identità, è difficile smontare la
propria intimità. È arduo perdonare gli altri e se stessi. Però ero
curioso, ero alla ricerca di una salvezza, anche immeritata. Per me,
dopo anni che seguo questo percorso, è stata una grazia. L’aspetto più
bello è stato scoprire che, man mano che instauravo rapporti di amicizia
con degli uomini, le mie pulsioni omosessuali sparivano. Cioè, man mano
che le mie relazioni diventavano vere, sincere, non superficiali, io
imparavo a non sentirmi costantemente inferiore agli altri maschi. Ho
imparato a non idealizzare gli altri uomini, ho imparato a
sdrammatizzare (gli omosessuali non ne sono capaci). Ho ricominciato a
dormire di notte, letteralmente. La prima volta che mi sono ritrovato a
fare delle allusioni pesanti su una collega è stata per me una
situazione incredibile, assurda, gioiosa. Ho chiesto appuntamento a una
ragazza. Siamo usciti e lei ha subito messo in chiaro che era a favore
della pillola abortiva. Io le ho detto delle mie esperienze omosessuali,
ma questo non l’ha affatto sconvolta. Quando però ho aggiunto che ero
cattolico, e quindi contrario alla pillola, mi ha mollato.
La schiavitù dei
sorrisetti
Ma come? – dicevo nelle
mie preghiere – dopo tutto il cammino che mi hai fatto fare, ora mi
deludi così? Durante un pellegrinaggio a Medjugorje conobbi Teresa.
Diventammo amici. Mi divertivo con lei, mi piaceva, ci siamo fidanzati.
Non sapevo come... insomma, alla fine gliel’ho detto. Quel che mi ha
risposto dice tutto di lei: “Luca, quel che sei stato non è più. Importa
quel che sei ora”. Dopo un anno di fidanzamento ci siamo sposati. Oggi
siamo alla guida del Gruppo Lot: aiutiamo gli omosessuali a rifiorire.
Non siamo psicologi, non è il nostro lavoro. Per quel che è stata la mia
esperienza posso dire solo che il lavoro psicologico e questi gruppi di
preghiera hanno avuto per me pari importanza. Ma sono due binari
paralleli, possono non intersecarsi. Vivo in affitto, non ho più le
belle automobili di un tempo, non mi interessa farmi pubblicità. Chiedo
solo di poter affermare quello che credo. Io stesso ne sono la prova
vivente. Il problema dell’omosessualità non riguarda il sesso, riguarda
la propria umanità. Ero schiavo dei sorrisetti e delle mistificazioni.
Oggi sono un uomo vero, un uomo libero».
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