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Introibo ad Altare Dei

 

 

In Difesa della Liturgia Romana Tradizionale

e della decisione del Sommo Pontefice di liberalizzarne l’uso

 

 

- PRESENTAZIONE -

 

Carissimi Amici,

il 7 Luglio scorso il Santo Padre Benedetto XVI ha liberalizzato l’uso del Messale detto di San Pio V secondo l’edizione di Giovanni XXIII del 1962 e, assieme a questo, anche degli altri libri liturgici. Con tale decisione il Papa ci dà l’opportunità di riscoprire un patrimonio immenso di più di mille anni di tradizione, infatti la prima codificazione del Rito Romano fu messa in opera dal Grande Papa Gregorio Magno (VI secolo) al quale è attribuita anche l’intuizione del canto gregoriano. Ẻ la Messa che hanno celebrato e vissuto i Santi che conosciamo e di cui forse portiamo il nome. Per questi e per tanti altri motivi non possiamo non provare sentimenti di venerazione verso ciò che per secoli è stato strumento di santificazione per molti nostri fratelli e sorelle. Di contro nessuno può permettersi di offendere la sacralità e la dignità della “Messa dei Santi”. Precisiamo anche che nessuno è obbligato a celebrare o a partecipare a questa Messa, ma si dà la libertà a tutti coloro che sentono questa esigenza di poterlo fare. In alcune diocesi le due forme del Rito Romano convivono già da diversi anni e i vescovi hanno testimoniato che l’esperimento ha portato una ricchezza spirituale non indifferente nella comunità locale. Ci auguriamo, assieme al Papa, che ciò possa avvenire in ogni diocesi del MONDO.

Riportiamo di seguito Il Motu Proprio “Summorum Pontificum” e la Lettera di presentazione, per far sì che ogni lettore possa innanzitutto conoscere le parole stesse del Papa senza fidarsi a priori di alcuna errata interpretazione che ne modifichi il significato o che ne diminuisca la portata. Troverete successivamente alcuni articoli pubblicati dall’agenzia Zenit. org e da alcuni quotidiani, che vi potranno essere utili per una migliore comprensione dei temi di tipo storico-liturgico e per rispondere ad eventuali obiezioni e critiche. Infine vi invitiamo a meditare il testo dell’Omelia di Paolo VI che conclude questo Dossier.  Auguriamo a tutti una buona lettura.

 

LA REDAZIONE DI MISSIONE IN WEB

  

Tratto dalla Prolusione di mons. Bagnasco per il Consiglio Permanente CEI (17-19 settembre 2007)

 

L’iniziativa su cui si è maggiormente concentrata negli ultimi mesi l’attenzione anche intraecclesiale è il “Motu proprio” Summorum Pontificum, relativo all’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970, ed entrato ufficialmente in vigore dal 14 settembre scorso. L’obiettivo di questo pronunciamento è chiaramente tutto spirituale e pastorale. Infatti, da una parte “fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa” – come scrive il Papa nella preziosa lettera di accompagnamento del “Motu proprio” –; dall’altra parte è necessario “fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente”. In questo orizzonte egli chiede di includere come espressione “straordinaria” nella lex orandi della Chiesa il Messale Romano promulgato da San Pio V e aggiornato dal beato Giovanni XXIII nel 1962, posto che la via “ordinaria” resta il Messale Romano varato da Paolo VI nel 1970. E insiste nel precisare che non ci saranno due riti, ma “un uso duplice dell’unico e medesimo rito”, che tutti vogliamo sia sempre più al centro della dinamica ecclesiale, occasione di una piena “riconciliazione” e di un’unità viva nella Chiesa stessa.

Quella che il Papa ci sprona ad adottare, oltre le spinte culturali cui si è fatalmente soggetti, è dunque una chiave di lettura inclusiva, non oppositiva. Nella storia della liturgia, come nella vita della Chiesa, c’è “crescita e progresso, ma nessuna rottura”, come già egli ebbe modo di affermare nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005. In quella sede infatti, commemorando il 40° anniversario del Concilio Vaticano II, ha indicato valida non “l’ermeneutica della discontinuità e della rottura”, bensì quella della “riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa”. In altre parole, è la sollecitudine per l’unità della Chiesa “nello spazio e nel tempo” la leva che muove Benedetto XVI, una tensione che fondamentalmente tocca al Successore di Pietro. Ma questa passione per l’unità deve muovere ogni cristiano e ogni pastore dinanzi alle prospettive che si aprono con il “Motu proprio”. Non dunque ricerca di un proprio lusso estetico, slegato dalla comunità, e magari in opposizione ad altri, ma volontà di includersi sempre di più nel Mistero della Chiesa che prega e celebra, senza escludere alcuno e senza preclusione ostativa verso altre forme liturgiche o nei confronti del Concilio Vaticano II. Solo così si eviterà che un provvedimento volto ad unire e ad infervorare maggiormente la comunità cristiana sia invece usato per ferirla e dividerla. Vorrei tuttavia aggiungere che sono ragionevolmente ottimista sulla migliore valorizzazione del “Motu proprio” nella vita delle nostre parrocchie. E confido che talune preoccupazioni pessimiste, da subito emerse, si riveleranno presto infondate. Il senso di equilibrio che da sempre caratterizza il nostro clero e dunque la nostra pastorale farà trovare, grazie all’azione moderatrice dei Vescovi, i modi giusti per far germinare il virgulto nuovo dalla pianta viva della liturgia ecclesiale, e anzi, in ultima istanza, per rilanciare e incrementare questa nel suo insieme.

 

LETTERA APOSTOLICA

MOTU PROPRIO DATA

BENEDETTO XVI

(Traduzione non ufficiale)

 

I Sommi Pontefici fino ai nostri giorni ebbero costantemente cura che la Chiesa di Cristo offrisse alla Divina Maestà un culto degno, "a lode e gloria del Suo nome" ed "ad utilità di tutta la sua Santa Chiesa".

 

Da tempo immemorabile, come anche per l'avvenire, è necessario mantenere il principio secondo il quale "ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l'integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede" (1).

 

Tra i Pontefici che ebbero tale doverosa cura eccelle il nome di San Gregorio Magno, il quale si adoperò perché ai nuovi popoli dell"Europa si trasmettesse sia la fede cattolica che i tesori del culto e della cultura accumulati dai Romani nei secoli precedenti. Egli comandò che fosse definita e conservata la forma della sacra Liturgia, riguardante sia il Sacrificio della Messa sia l'Ufficio Divino, nel modo in cui si celebrava nell'Urbe. Promosse con massima cura la diffusione dei monaci e delle monache, che operando sotto la regola di San Benedetto, dovunque unitamente all"annuncio del Vangelo illustrarono con la loro vita la salutare massima della Regola: "Nulla venga preposto all"opera di Dio" (cap. 43). In tal modo la sacra Liturgia celebrata secondo l"uso romano arricchì non solo la fede e la pietà, ma anche la cultura di molte popolazioni. Consta infatti che la liturgia latina della Chiesa nelle varie sue forme, in ogni secolo dell"età cristiana, ha spronato nella vita spirituale numerosi Santi e ha rafforzato tanti popoli nella virtù di religione e ha fecondato la loro pietà.

 

Molti altri Romani Pontefici, nel corso dei secoli, mostrarono particolare sollecitudine a che la sacra Liturgia espletasse in modo più efficace questo compito: tra essi spicca S. Pio V, il quale sorretto da grande zelo pastorale, a seguito dell'esortazione del Concilio di Trento, rinnovò tutto il culto della Chiesa, curò l'edizione dei libri liturgici, emendati e "rinnovati secondo la norma dei Padri" e li diede in uso alla Chiesa latina.

 

Tra i libri liturgici del Rito romano risalta il Messale Romano, che si sviluppò nella città di Roma, e col passare dei secoli a poco a poco prese forme che hanno grande somiglianza con quella vigente nei tempi più recenti.

 

“Fu questo il medesimo obbiettivo che seguirono i Romani Pontefici nel corso dei secoli seguenti assicurando l'aggiornamento o definendo i riti e i libri liturgici, e poi, all'inizio di questo secolo, intraprendendo una riforma generale" (2). Così agirono i nostri Predecessori Clemente VIII, Urbano VIII, San Pio X (3), Benedetto XV, Pio XII e il Beato Giovanni XXIII.

 

Nei tempi più recenti, il Concilio Vaticano II espresse il desiderio che la dovuta rispettosa riverenza nei confronti del culto divino venisse ancora rinnovata e fosse adattata alle necessità della nostra età. Mosso da questo desiderio, il nostro Predecessore, il Sommo Pontefice Paolo VI, nel 1970 per la Chiesa latina approvò i libri liturgici riformati e in parte rinnovati. Essi, tradotti nelle varie lingue del mondo, di buon grado furono accolti da Vescovi, sacerdoti e fedeli. Giovanni Paolo II rivide la terza edizione tipica del Messale Romano. Così i Romani Pontefici hanno operato "perché questa sorta di edificio liturgico [...] apparisse nuovamente splendido per dignità e armonia" (4).

 

Ma in talune regioni non pochi fedeli aderirono e continuano ad aderire con tanto amore ed affetto alle antecedenti forme liturgiche, le quali avevano imbevuto così profondamente la loro cultura e il loro spirito, che il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, mosso dalla cura pastorale nei confronti di questi fedeli, nell"anno 1984 con lo speciale indulto "Quattuor abhinc annos", emesso dalla Congregazione per il Culto Divino, concesse la facoltà di usare il Messale Romano edito dal Beato Giovanni XXIII nell"anno 1962; nell"anno 1988 poi Giovanni Paolo II di nuovo con la Lettera Apostolica "Ecclesia Dei", data in forma di Motu proprio, esortò i Vescovi ad usare largamente e generosamente tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedessero.

 

A seguito delle insistenti preghiere di questi fedeli, a lungo soppesate già dal Nostro Predecessore Giovanni Paolo II, e dopo aver ascoltato Noi stessi i Padri Cardinali nel Concistoro tenuto il 22 marzo 2006, avendo riflettuto approfonditamente su ogni aspetto della questione, dopo aver invocato lo Spirito Santo e contando sull"aiuto di Dio, con la presente Lettera Apostolica stabiliamo quanto segue:

 

Art. 1. Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della "lex orandi" ("legge della preghiera") della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da San Pio V e nuovamente edito dal Beato Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa "lex orandi" e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della "lex orandi" della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella "lex credendi" ("legge della fede") della Chiesa; sono infatti due usi dell"unico rito romano.

 

Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l'edizione tipica del Messale Romano promulgato dal Beato Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa. Le condizioni per l"uso di questo Messale stabilite dai documenti anteriori "Quattuor abhinc anno" e "Ecclesia Dei", vengono sostituite come segue:

 

Art. 2. Nelle Messe celebrate senza il popolo, ogni sacerdote cattolico di rito latino, sia secolare sia religioso, può usare o il Messale Romano edito dal Beato Papa Giovanni XXIII nel 1962, oppure il Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970, e ciò in qualsiasi giorno, eccettuato il Triduo Sacro. Per tale celebrazione secondo l'uno o l'altro Messale il sacerdote non ha bisogno di alcun permesso, né della Sede Apostolica, né del suo Ordinario.

 

Art. 3. Le comunità degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, di diritto sia pontificio sia diocesano, che nella celebrazione conventuale o "comunitaria" nei propri oratori desiderano celebrare la Santa Messa secondo l"edizione del Messale Romano promulgato nel 1962, possono farlo. Se una singola comunità o un intero Istituto o Società vuole compiere tali celebrazioni spesso o abitualmente o permanentemente, la cosa deve essere decisa dai Superiori maggiori a norma del diritto e secondo le leggi e gli statuti particolari.

 

Art. 4. Alle celebrazioni della Santa Messa di cui sopra all'art. 2, possono essere ammessi - osservate le norme del diritto - anche i fedeli che lo chiedessero di loro spontanea volontà.

 

Art. 5. § 1. Nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962. Provveda a che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia, sotto la guida del Vescovo a norma del canone 392, evitando la discordia e favorendo l'unità di tutta la Chiesa. § 2. La celebrazione secondo il Messale del Beato Giovanni XXIII può aver luogo nei giorni feriali; nelle domeniche e nelle festività si può anche avere una celebrazione di tal genere. § 3. Per i fedeli e i sacerdoti che lo chiedono, il parroco permetta le celebrazioni in questa forma straordinaria anche in circostanze particolari, come matrimoni, esequie o celebrazioni occasionali, ad esempio pellegrinaggi. § 4. I sacerdoti che usano il Messale del Beato Giovanni XXIII devono essere idonei e non giuridicamente impediti. § 5. Nelle chiese che non sono parrocchiali né conventuali, è compito del Rettore della chiesa concedere la licenza di cui sopra.

 

Art. 6. Nelle Messe celebrate con il popolo secondo il Messale del Beato Giovanni XXIII, le letture possono essere proclamate anche nella lingua vernacola, usando le edizioni riconosciute dalla Sede Apostolica.

 

Art. 7. Se un gruppo di fedeli laici fra quelli di cui all"art. 5 § 1 non abbia ottenuto soddisfazione alle sue richieste da parte del parroco, ne informi il Vescovo diocesano. Il Vescovo è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio. Se egli non può provvedere per tale celebrazione, la cosa venga riferita alla Commissione Pontificia "Ecclesia Dei".

 

Art. 8. Il Vescovo, che desidera rispondere a tali richieste di fedeli laici, ma per varie cause è impedito di farlo, può riferire la questione alla Commissione "Ecclesia Dei", perché gli offra consiglio e aiuto.

 

Art. 9 § 1. Il parroco, dopo aver considerato tutto attentamente, può anche concedere la licenza di usare il rituale più antico nell"amministrazione dei sacramenti del Battesimo, del Matrimonio, della Penitenza e dell'Unzione degli infermi, se questo consiglia il bene delle anime. § 2. Agli Ordinari viene concessa la facoltà di celebrare il sacramento della Confermazione usando il precedente antico Pontificale Romano, qualora questo consigli il bene delle anime. § 3. Ai chierici costituiti "in sacris" è lecito usare il Breviario Romano promulgato dal Beato Giovanni XXIII nel 1962.

 

Art. 10. l'Ordinario del luogo, se lo riterrà opportuno, potrà erigere una parrocchia personale a norma del canone 518 per le celebrazioni secondo la forma più antica del rito romano, o nominare un cappellano, osservate le norme del diritto.

 

Art. 11. La Pontificia Commissione "Ecclesia Dei", eretta da Giovanni Paolo II nel 1988 (5), continua ad esercitare il suo compito. Tale Commissione abbia la forma, i compiti e le norme, che il Romano Pontefice le vorrà attribuire.

 

Art. 12. La stessa Commissione, oltre alle facoltà di cui già gode, eserciterà l"autorità della Santa Sede vigilando sulla osservanza e l"applicazione di queste disposizioni.

 

Tutto ciò che da Noi è stato stabilito con questa Lettera Apostolica data a modo di Motu proprio, ordiniamo che sia considerato come "stabilito e decretato" e da osservare dal giorno 14 settembre di quest'anno, festa dell"Esaltazione della Santa Croce, nonostante tutto ciò che possa esservi in contrario.

 

Dato a Roma, presso San Pietro, il 7 luglio 2007, anno terzo del nostro Pontificato.

 

Note:

 

(1) Ordinamento generale del Messale Romano, 3a ed., 2002, n. 397.

(2) Giovanni Paolo II, Lett. Ap. "Vicesimus quintus annus", 4 dicembre 1988, 3: AAS 81 (1989), 899.

(3) Ibid.

(4) San Pio X, Lett. Ap., Motu proprio data, "Abhinc duos annos", 23 ottobre 1913: AAS 5 (1913), 449-450; cfr. Giovanni Paolo II, Lett. Ap. "Vicesimus quintus annus", n. 3: AAS 81 (1989), 899.

(5) Cfr Joannes Paulus II, Lett. ap. Motu proprio data "Ecclesia Dei", 2 luglio 1988, 6: AAS 80 (1988), 1498.

 

 

 

 

Lettera di Benedetto XVI per presentare il Motu proprio “Summorum Pontificum”

 

Cari Fratelli nell’Episcopato,

 

con grande fiducia e speranza metto nelle vostre mani di Pastori il testo di una nuova Lettera Apostolica "Motu Proprio data" sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970. Il documento è frutto di lunghe riflessioni, di molteplici consultazioni e di preghiera. Notizie e giudizi fatti senza sufficiente informazione hanno creato non poca confusione. Ci sono reazioni molto divergenti tra loro che vanno da un’accettazione gioiosa ad un’opposizione dura, per un progetto il cui contenuto in realtà non era conosciuto. A questo documento si opponevano più direttamente due timori, che vorrei affrontare un po’ più da vicino in questa lettera.

 

In primo luogo, c’è il timore che qui venga intaccata l’Autorità del Concilio Vaticano II e che una delle sue decisioni essenziali – la riforma liturgica – venga messa in dubbio. Tale timore è infondato. Al riguardo bisogna innanzitutto dire che il Messale, pubblicato da Paolo VI e poi riedito in due ulteriori edizioni da Giovanni Paolo II, ovviamente è e rimane la forma normale – la forma ordinaria – della Liturgia Eucaristica. L’ultima stesura del Missale Romanum, anteriore al Concilio, che è stata pubblicata con l’autorità di Papa Giovanni XXIII nel 1962 e utilizzata durante il Concilio, potrà, invece, essere usata come forma extraordinaria della Celebrazione liturgica. Non è appropriato parlare di queste due stesure del Messale Romano come se fossero "due Riti". Si tratta, piuttosto, di un uso duplice dell’unico e medesimo Rito.

 

Quanto all’uso del Messale del 1962, come forma extraordinaria della Liturgia della Messa, vorrei attirare l’attenzione sul fatto che questo Messale non fu mai giuridicamente abrogato e, di conseguenza, in linea di principio, restò sempre permesso. Al momento dell’introduzione del nuovo Messale, non è sembrato necessario di emanare norme proprie per l’uso possibile del Messale anteriore. Probabilmente si è supposto che si sarebbe trattato di pochi casi singoli che si sarebbero risolti, caso per caso, sul posto. Dopo, però, si è presto dimostrato che non pochi rimanevano fortemente legati a questo uso del Rito romano che, fin dall’infanzia, era per loro diventato familiare. Ciò avvenne, innanzitutto, nei Paesi in cui il movimento liturgico aveva donato a molte persone una cospicua formazione liturgica e una profonda, intima familiarità con la forma anteriore della Celebrazione liturgica.

 

Tutti sappiamo che, nel movimento guidato dall’Arcivescovo Lefebvre, la fedeltà al Messale antico divenne un contrassegno esterno; le ragioni di questa spaccatura, che qui nasceva, si trovavano però più in profondità. Molte persone, che accettavano chiaramente il carattere vincolante del Concilio Vaticano II e che erano fedeli al Papa e ai Vescovi, desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro cara, della sacra Liturgia; questo avvenne anzitutto perché in molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile. Parlo per esperienza, perché ho vissuto anch’io quel periodo con tutte le sue attese e confusioni. E ho visto quanto profondamente siano state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della Liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa.

 

Papa Giovanni Paolo II si vide, perciò, obbligato a dare, con il Motu Proprio "Ecclesia Dei" del 2 luglio 1988, un quadro normativo per l’uso del Messale del 1962, che però non conteneva prescrizioni dettagliate, ma faceva appello, in modo più generale, alla generosità dei Vescovi verso le "giuste aspirazioni" di quei fedeli che richiedevano quest’uso del Rito romano. In quel momento il Papa voleva, così, aiutare soprattutto la Fraternità San Pio X a ritrovare la piena unità con il Successore di Pietro, cercando di guarire una ferita sentita sempre più dolorosamente. Purtroppo questa riconciliazione finora non è riuscita; tuttavia una serie di comunità hanno utilizzato con gratitudine le possibilità di questo Motu Proprio. Difficile è rimasta, invece, la questione dell’uso del Messale del 1962 al di fuori di questi gruppi, per i quali mancavano precise norme giuridiche, anzitutto perché spesso i Vescovi, in questi casi, temevano che l’autorità del Concilio fosse messa in dubbio. Subito dopo il Concilio Vaticano II si poteva supporre che la richiesta dell’uso del Messale del 1962 si limitasse alla generazione più anziana che era cresciuta con esso, ma nel frattempo è emerso chiaramente che anche giovani persone scoprono questa forma liturgica, si sentono attirate da essa e vi trovano una forma, particolarmente appropriata per loro, di incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia. Così è sorto un bisogno di un regolamento giuridico più chiaro che, al tempo del Motu Proprio del 1988, non era prevedibile; queste Norme intendono anche liberare i Vescovi dal dover sempre di nuovo valutare come sia da rispondere alle diverse situazioni.

 

In secondo luogo, nelle discussioni sull’atteso Motu Proprio, venne espresso il timore che una più ampia possibilità dell’uso del Messale del 1962 avrebbe portato a disordini o addirittura a spaccature nelle comunità parrocchiali. Anche questo timore non mi sembra realmente fondato. L’uso del Messale antico presuppone una certa misura di formazione liturgica e un accesso alla lingua latina; sia l’una che l’altra non si trovano tanto di frequente. Già da questi presupposti concreti si vede chiaramente che il nuovo Messale rimarrà, certamente, la forma ordinaria del Rito Romano, non soltanto a causa della normativa giuridica, ma anche della reale situazione in cui si trovano le comunità di fedeli.

È vero che non mancano esagerazioni e qualche volta aspetti sociali indebitamente vincolati all’attitudine di fedeli legati all’antica tradizione liturgica latina. La vostra carità e prudenza pastorale sarà stimolo e guida per un perfezionamento. Del resto le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione "Ecclesia Dei" in contatto con i diversi enti dedicati all’ "usus antiquior" studierà le possibilità pratiche. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso. La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni; ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale.

 

Sono giunto, così, a quella ragione positiva che mi ha motivato ad aggiornare mediante questo Motu Proprio quello del 1988. Si tratta di giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa. Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l’impressione che, in momenti critici in cui la divisione stava nascendo, non è stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e l’unità; si ha l’impressione che le omissioni nella Chiesa abbiano avuto una loro parte di colpa nel fatto che queste divisioni si siano potute consolidare. Questo sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente. Mi viene in mente una frase della Seconda Lettera ai Corinzi, dove Paolo scrive: "La nostra bocca vi ha parlato francamente, Corinzi, e il nostro cuore si è tutto aperto per voi. Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto… Rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore!" (2 Cor 6,11–13). Paolo lo dice certo in un altro contesto, ma il suo invito può e deve toccare anche noi, proprio in questo tema. Apriamo generosamente il nostro cuore e lasciamo entrare tutto ciò a cui la fede stessa offre spazio.

 

Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto. Ovviamente per vivere la piena comunione anche i sacerdoti delle Comunità aderenti all’uso antico non possono, in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi. Non sarebbe infatti coerente con il riconoscimento del valore e della santità del nuovo rito l’esclusione totale dello stesso.

 

In conclusione, cari Confratelli, mi sta a cuore sottolineare che queste nuove norme non diminuiscono in nessun modo la vostra autorità e responsabilità, né sulla liturgia né sulla pastorale dei vostri fedeli. Ogni Vescovo, infatti, è il moderatore della liturgia nella propria diocesi (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 22: "Sacrae Liturgiae moderatio ab Ecclesiae auctoritate unice pendet quae quidem est apud Apostolicam Sedem et, ad normam iuris, apud Episcopum").

 

Nulla si toglie quindi all’autorità del Vescovo il cui ruolo, comunque, rimarrà quello di vigilare affinché tutto si svolga in pace e serenità. Se dovesse nascere qualche problema che il parroco non possa risolvere, l’Ordinario locale potrà sempre intervenire, in piena armonia, però, con quanto stabilito dalle nuove norme del Motu Proprio. Inoltre, vi invito, cari Confratelli, a scrivere alla Santa Sede un resoconto sulle vostre esperienze, tre anni dopo l’entrata in vigore di questo Motu Proprio. Se veramente fossero venute alla luce serie difficoltà, potranno essere cercate vie per trovare rimedio.

 

Cari Fratelli, con animo grato e fiducioso, affido al vostro cuore di Pastori queste pagine e le norme del Motu Proprio. Siamo sempre memori delle parole dell’Apostolo Paolo dirette ai presbiteri di Efeso: "Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come Vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue" (Atti 20,28).

 

Affido alla potente intercessione di Maria, Madre della Chiesa, queste nuove norme e di cuore imparto la mia Benedizione Apostolica a Voi, cari Confratelli, ai parroci delle vostre diocesi, e a tutti i sacerdoti, vostri collaboratori, come anche a tutti i vostri fedeli.

 

Dato presso San Pietro, il 7 luglio 2007

BENEDICTUS PP. XVI

Il cammino della liturgia attira verso l’unità

Sottolinea il portavoce vaticano

 

ROMA, domenica, 15 luglio 2007 .  Un chiarissimo messaggio del Papa “di allargamento dei cuori, di accoglienza reciproca, di riconciliazione” accompagna il suo recente Motu proprio sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970, sottolinea il portavoce vaticano.

 

Padre Federico Lombardi S.I. riprende il documento papale parlando di “liturgia e riconciliazione” nell’ultimo editoriale di “Octava Dies”, settimanale prodotto dal Centro Televisivo Vaticano, del quale è direttore, trasmesso da canali televisivi di tutto il mondo.

 

Due usi dell’unico rito romano per rafforzare la riconciliazione all’interno della Chiesa: è l’obiettivo di Benedetto XVI con la promulgazione, il 7 luglio, della Lettera Apostolica in forma di Motu proprio “Summorum Pontificum” sull’uso della liturgia romana precedente alla riforma del 1970, accompagnato da una lettera ai Vescovi di tutto il mondo.

 

Il Motu proprio stabilisce che il Messale Romano promulgato da Paolo VI (in seguito alla riforma liturgica, nel 1970) e ripubblicato due volte da Giovanni Paolo II è e rimane come forma normale o ordinaria della Liturgia Eucaristica della Chiesa cattolica di rito latino.

 

Da parte sua, il Messale Romano promulgato da San Pio V e ripubblicato dal beato Giovanni XXIII (nel 1962) potrà essere utilizzato come forma straordinaria della celebrazione liturgica.

 

“La nostra bocca vi ha parlato francamente, e il nostro cuore si è tutto aperto per voi. Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori che siete allo stretto…Rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore!”: “Benedetto XVI riprende e fa sue queste parole di San Paolo nel punto culminante della sua lettera di presentazione del recente ‘Motu proprio’ sulla liturgia, per esprimere nel modo più profondo e intenso qual è lo spirito che lo anima, e continua: ‘Apriamo generosamente il nostro cuore e lasciamo entrare tutto ciò a cui la fede stessa offre spazio!’”, spiega padre Lombardi nel suo editoriale.

 

“Come ci si poteva aspettare, dopo la pubblicazione del documento vi è stato chi, da una parte – ritenendosi interprete del Concilio migliore del Papa –, ha lamentato un tradimento della riforma liturgica di Paolo VI”, ha constatato.

 

Dall’altro lato, c’è chi, “irrigidendosi, ha proclamato di aver avuto sempre ragione nelle sue posizioni di rifiuto del rinnovamento”, aggiunge.

 

Secondo padre Lombardi, “la gran parte dei fedeli e la totalità dei Vescovi hanno letto e ascoltato con attenzione e spirito di obbedienza, per cogliere il significato più vero della decisione del Papa, che è un chiarissimo messaggio di allargamento dei cuori, di accoglienza reciproca, di riconciliazione”.

 

“Abbiamo due forme – una ordinaria e una straordinaria – di un unico rito di celebrazione della Messa. Il mistero della morte e della risurrezione di Cristo è così grande da non poter essere identificato in modo definitivo ed esclusivo con una forma o con l’altra del rito che lo celebra”, sottolinea il portavoce vaticano.

 

Per questo la liturgia è “un cammino continuo, senza fratture, guidato nella fede e nella carità da chi ha la suprema responsabilità dell’unità nella Chiesa”.

 

“Né il Messale di Pio V e Giovanni XXIII – usato da una piccola minoranza – né quello di Paolo VI – usato oggi con grande frutto spirituale dalla grandissima maggioranza – saranno l’ultima ‘legge della preghiera’ della Chiesa cattolica”.

 

“Nel cammino della Chiesa attraverso la storia c’è anche il cammino della celebrazione liturgica perché possiamo incontrare sempre meglio il Signore, la sua morte e la sua risurrezione, sorgente della nostra vita. Questo è il punto centrale, che ci attira verso l’unità”, conclude padre Lombardi.

 

Il Motu Proprio sul Messale preconciliare: segno di speranza tra i cattolici

Intervista a uno dei fondatori del sito “Amici di Joseph Ratzinger”

 

ROMA, domenica, 8 luglio 2007 - Don Alfredo Morselli, parroco di Stiatico e di Casadio (diocesi di Bologna), è tra i fondatori del sito “Amici di Joseph Ratzinger” (http://www.ratzinger.it/), ove sono proposti numerosi scritti dell’attuale Pontefice, fin dai tempi in cui era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

 

Tra i documenti pubblicati, anche quelli in cui l’allora Cardinale aveva auspicato la possibilità della libera celebrazione liturgica secondo la forma antica del Messale Romano.

 

Ora che quanto era nei desideri del Cardinale Joseph Ratzinger si è potuto realizzare, ZENIT ha rivolto alcune domande al curatore dello stesso sito.

 

Nei siti web da lei curati, ha anche proposto gli scritti dell'allora Cardinal Ratzinger favorevoli al pieno riconoscimento della possibilità per tutti di celebrare secondo la forma antica del Rito romano. Qual è il suo primo commento, ora che il Motu Proprio di Benedetto XVI è stato promulgato?

 

Don Alfredo: Vede... i prime due santi sacerdoti canonizzati, che sono vissuti dopo l'approvazione della riforma liturgica, San Pio da Pietrelcina e San José-Maria Escriva de Balaguer, ebbero il permesso di celebrare la S.Messa fino alla fine della loro vita usando il Messale del 1962. Grandissimi santi, i primi santi sacerdoti vissuti dopo il Concilio... I santi di solito compiono gesti profetici... Il pieno riconoscimento del diritto di cittadinanza dell'Antico Rito non può che far ben sperare tutti i buoni cattolici.

 

Quale è la differenza tra le due forme del Rito romano?

 

Don Alfredo: Senz'altro nella forma antica è più esplicita l'idea della S. Messa come Sacrificio: il celebrante è condotto immediatamente nel mistero del suo essere un "altro Cristo", a vivere il suo sacerdozio "in stato di vittima", e i fedeli sono misticamente condotti ai piedi del Calvario. Anche la teologia trinitaria pervade la forma antica: la continua ripetizione di preghiere secondo ricorrenti schemi ternari ed esplicite preghiere alla SS.ma Trinità richiamano l'idea che tutte le tre Persone divine "hanno fatto sì che il Figlio si incarnasse" (San Tommaso d'Aquino) e offrisse il suo sacrificio redentivo, riattualizzato proprio nella S. Messa.

 

Oggi si sente l'esigenza della partecipazione attiva alla Messa. Si è soliti lodare la riforma liturgica, rispetto alla forma antica, soprattutto perché favorisce questa partecipazione...

 

Don Alfredo: E' totalmente da rimuovere l'idea che nella celebrazione dell’Antico Rito la partecipazione attiva fosse minore o non ci fosse, quasi che per secoli la gente sia andata a Messa senza capire o senza parteciparvi attivamente. Purtroppo si è venuta a creare la falsa equazione "partecipare attivamente = fare qualcosa": questa equazione non è un frutto del Vaticano II, ma è una eredità del giansenismo, che aveva anticipato in alcune forme liturgiche certe deviazioni oggi riproposte.

 

Può spiegare meglio questa affermazione?

 

Don Alfredo: Se crediamo che la Grazia è prima di tutto una divinizzazione dell'uomo, qualcosa nell'ordine dell'"essere" più che nell'ordine del "fare", la preghiera deve essere intesa come un "lasciar fare a Dio"; come diceva la maestra delle novizie di S. Margherita Maria Alacoque, l'orazione è mettersi davanti al Signore come una tela sta davanti al pittore. L'antropologia teologica giansenista aveva distrutto l'idea di grazia santificante, di fatto riconoscendo solo "la grazia sufficiente", una caricatura della grazia, riguardante solo gli atti umani. Se dunque nella teologia della preghiera manca il primato della divinizzazione dell'uomo, il primato dell'opera divina, non si cerca più la "divina liturgia", ma resta solo una "liturgia umana", ovvero una liturgia dove tutti devono "fare" qualcosa. Ascoltare, contemplare in silenzio, attendere la grazia, pérdono - purtroppo - tutto il loro valore.

 

A suo avviso, il Motu Proprio potrà favorire il dialogo con la Fraternità San Pio X al fine di un suo pieno rientro nella comunione ecclesiale?

 

Don Alfredo: I primi che vorrebbero stare con il Papa sono proprio le persone affezionate all'Antico Rito. La libertà di celebrare secondo il Messale del 1962 non potrà che essere l'avvio della guarigione di ferite profonde, causate da tanti abusi liturgici e da interpretazioni della riforma liturgica come rottura della continuità con il passato.

 

E a quelli che guardano con un certo timore il Motu Proprio, temendo un rallentamento nell'applicazione del Vaticano II, che cosa direbbe?

 

Don Alfredo: Le persone più affezionate alla Riforma Liturgica fanno dell'idea di "adattamento della Liturgia" una delle loro bandiere. Ci troviamo di fronte a una forma di adattamento particolare a persone per adattarsi alle quali non si deve fare nessun adattamento: questi chiedono che un modo rigoroso di celebrare li protegga dalle improvvisazioni del celebrante. Perché ci si dovrebbe adattare a tutti tranne che a questi?

 

Lei collabora anche con la redazione del sito "La tunica stracciata" (http://www.latunicastracciata.net/), contenente alcune delle opere dello scrittore Tito Casini. Perché ha ritenuto opportuno ripresentare ai naviganti della rete questo autore, che difese, rimanendo nell'obbedienza, l’Antico Rito?

 

Don Alfredo: Tito Casini mi ha sempre affascinato perché è stato un cattolico obbediente e non ha mai perso la speranza: addoloratissimo per la mancanza dell'Antico Rito, mai cadde in forme di “disperazione ecclesiologica”, pensando quasi che Dio si fosse dimenticato della Chiesa nei lunghi decenni di proibizione pratica del Messale detto di San Pio V.

 

Lei sta promovendo in questi giorni una campagna per far giungere al Papa il ringraziamento di tanti cattolici per quest’ultimo Motu Proprio. Può dirci di che cosa si tratta?

 

Don Alfredo: Si tratta, molto semplicemente, di una pagina web (http://www.latunicastracciata.net/agimustibigratias/index.php?lang=it), che contiene un modulo che si può compilare in pochi secondi, e che permette di inviare un breve messaggio di ringraziamento al Papa e a chi ha collaborato con Lui alla stesura di questo documento epocale.

 

E che cosa direbbe ai cattolici affezionati all'Antico Rito?

 

Don Alfredo: Le parole pronunciate dall'allora Cardinal Ratzinger, a Roma, il 24 ottobre 1998, commemorando il decennale del Motu Proprio "Ecclesia Dei" di Giovanni Paolo II: "Così, miei cari amici, vorrei esortarvi a non perdere la pazienza, a continuare ad essere fiduciosi e ad attingere dalla liturgia la forza per rendere testimonianza al Signore in questo nostro tempo".

 

Cardinale Castrillón: il Motu Proprio spalanca le porte al ritorno dei fedeli lefebvriani

ROMA, lunedì, 9 luglio 2007- “Con questo Motu proprio si spalanca la porta per un ritorno alla piena comunione della Fraternità San Pio X”, sostiene il Cardinale Darío Castrillón Hoyos.

 

Così ha affermato in una intervista apparsa su “Il Giornale” (8 luglio 2007), il porporato colombiano che dall'aprile del 2000 guida la Commissione creata da Papa Giovanni Paolo II nel 1988 in seguito al gesto scismatico delle ordinazioni episcopali illegittime da parte dell’Arcivescovo Marcel Lefebvre, fondatore della Società di San Pio X.

 

“Se dopo questo atto non avviene questo ritorno, davvero non lo saprei capire”, ha commentato il più stretto collaboratore di Benedetto XVI su questi temi.

 

Il Cardinale Castrillón, come Presidente della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, lavora per favorire la piena comunione ecclesiale di sacerdoti, seminaristi, comunità e religiosi e religiose, legati alla Fraternità di San Pio X, che desiderano rimanere uniti al successore di Pietro nella Chiesa cattolica.

 

A questo proposito, già nel gennaio del 2002 i sacerdoti della Fraternità di “San Giovanni Maria Vianney” di Campos (Brasile), un gruppo tradizionalista guidato dal Vescovo Licínio Rangel, consacrato da tre Vescovi ordinati da monsignor Lefebvre, sono passati a formare una circoscrizione ecclesiastica direttamente dipendente dal Papa.

 

Mentre nel settembre 2006, il Cardinale Castrillón era riuscito a favorire la creazione in Francia dell’Istituto del Buon Pastore (una nuova Società di vita apostolica di diritto pontificio), che aveva accolto cinque sacerdoti e seminaristi – per la maggior parte appartenuti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X – desiderosi di celebrare la liturgia secondo il Messale romano del 1962.

 

Nell'intervista il Cardinale ha poi tenuto a precisare “che il documento papale non è stato fatto per i lefebvriani, ma perché il Papa è convinto della necessità di sottolineare che c’è una continuità nella tradizione e che nella Chiesa non si procede per fratture”.

 

Infatti, “l’antica Messa non è stata mai abolita né proibita” e in nessun modo Benedetto XVI “è andato o va in una direzione diversa da quella indicata dal Concilio”.

 

“Nessuno sbeffeggio, nessuno schiaffo. È un venire incontro alle esigenze di gruppi di fedeli, un atto di liberalità”, ha detto.

 

La Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” si occupa di circa 300 sacerdoti e 200 seminaristi, così come di centinaia di migliaia di fedeli. La Società di San Pio X è formata da quattro Vescovi, ordinati dall’Arcivescovo Lefebvre, 500 sacerdoti e circa 600.000 fedeli.

 

Dichiarazione del Presidente della Federazione “Una Voce” sul “Summorum Pontificum”

Il documento sarà una “fonte di rinnovamento nella vita spirituale della Chiesa”

 

DELFT, venerdì, 13 luglio 2007- Pubblichiamo la dichiarazione di Jack P. Oostveen, Presidente della Federazione Internazionale “Una Voce” (FIUV), a commento del Motu proprio Summorum Pontificum sull’uso della Liturgia romana anteriore alla riforma del 1970.

 

La FIUV raccoglie una trentina di associazioni nazionali che si richiamano al mantenimento della liturgia tradizionale della Chiesa, celebrata col Messale romano secondo l’edizione tipica del 1962.

* * *

 

Con grande gioia e senso di profonda gratitudine, la Federazione Internazionale Una Voce accoglie il Motu Proprio Summorum Pontificum di Sua Santità Benedetto XVI. Per molti mesi abbiamo atteso con pazienza nella preghiera. Durante questo lungo periodo di attesa, il presidente, il segretario e il tesoriere della Federazione Internazionale hanno avuto numerosi incontri a Roma con funzionari della curia, e siamo stati consigliati pregare sempre per il Santo Padre, per l'uscita del Motu proprio e affinché esso possa essere un bene per tutta la Chiesa. Abbiamo avuto il privilegio di incontrare il Santo Padre il 13 giugno 2007, ed egli ci ha assicurati personalmente che il Motu proprio sarebbe stato pubblicato "presto, prima dell'estate". La nostra pazienza è stata ricompensata, e la Chiesa ha ricevuto un grande dono dal successore di Pietro.

 

Nella sua lettera apostolica Summorum Pontificum e nella lettera accompagnatoria ai suoi fratelli vescovi, il Santo Padre non solo ha liberalizzato l'uso del rito romano tradizionale, ma impartisce alla Chiesa alcune importanti lezioni. Con grande coraggio ha dichiarato quello che molti costituiti in autorità (comprese le gerarchie) conoscevano da molti anni: il Messale del 1962 non è mai stato abrogato e, di conseguenza, è sempre stato in vigore.

 

Questa dichiarazione, considerando che essa è coperta dalla piena l'autorità del Sommo Pontefice, mette fine al dibattito che si è aperto nel 1970. Ora noi tutti possiamo procedere in modo molto più costruttivo per il bene della Chiesa Universale. Con grande chiarezza, inoltre, Santo Padre ha definito la posizione del Messale di Giovanni XXIII e di quello di Paolo VI. Dichiarando questi due messali rispettivamente la forma ordinaria e quella straordinaria dello stesso rito romano, è pervenuto a una soluzione che può essere abbracciata, con la dovuta carità, da tutti i membri della Chiesa - vescovi, sacerdoti e laici -, e ha espresso la speranza che queste "due forme dell'uso del rito romano possano arricchirsi a vicenda".

 

Papa Benedetto ha dichiarato che la ragione che ha motivato la sua decisione di pubblicare questo Motu proprio doveva venire "a una riconciliazione interna nel seno della Chiesa". Nei momenti critici nella storia della Chiesa, quando le divisioni hanno lacerato il corpo di Cristo, egli ammette che "non è stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e l'unità". La Federazione Internazionale Una Voce è profondamente riconoscente al Santo Padre per il suo coraggio e la sua saggezza, e farà il possibile per aiutarlo nel suo desiderio della "la riconciliazione e l'unità". La Federazione è convinta che questo documento e la liberalizzazione del rito romano tradizionale saranno una fonte di rinnovamento nella vita spirituale della Chiesa. Pertanto chiediamo a tutti i fedeli di accettare il documento come segno di riconciliazione e come importante passo avanti verso la pace liturgica. Chiediamo inoltre a tutte le nostre associazioni membri di offrire al Santo Padre, ai vescovi diocesani, ai sacerdoti e ai fedeli tutto l'aiuto possibile per realizzare gli obiettivi del Motu proprio.

 

Rinnovando le nostre espressioni della più profonda devozione per l'augusta Persona del Vicario di Gesù Cristo in terra, e implorando il favore dell'Apostolica Benedizione per la nostra Federazione, ci professiamo figli obbedienti della Sua Santità, e lo assicuriamo della nostra lealtà, amore e preghiera.

 

J. P. Oostveen, Presidente della Federazione Internazionale Una Voce

Delft, Paesi Bassi 9 luglio 2007

 

Aprire il cuore per accogliere il Motu proprio “Summorum Pontificum”.

Intervista al liturgista John Zuhlsdorf

 

 La Lettera Apostolica in forma di “Motu proprio” “Summorum Pontificum” (diffusa sabato) sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970 offre l’opportunità ai fedeli di spalancare il proprio cuore, riconosce il liturgista John Zuhlsdorf.

 

Seguendo le disposizioni di Benedetto XVI, il Messale Romano promulgato da Paolo VI (in seguito alla riforma liturgica, nel 1970) – e ripubblicato due volte da Giovanni Paolo II – è e rimane come forma normale o ordinaria della Liturgia Eucaristica della Chiesa cattolica di rito latino.

 

Da parte sua, il Messale Romano promulgato da San Pio V e pubblicato nuovamente dal beato Giovanni XXIII (nel 1962, quando la Messa si celebrava in latino) potrà essere utilizzato come forma straordinaria della celebrazione liturgica.

 

Benedetto XVI ha accompagnato il suo documento con una lettera indirizzata a tutti i Vescovi del mondo, esponendo i motivi delle sue disposizioni. Non si tratta di due riti, ma di due forme dello stesso e unico rito, ha spiegato il Santo Padre.

 

Questi temi sono stati approfonditi da padre John Zuhlsdorf nella seguente intervista concessa a ZENIT.

 

Il sacerdote è autore di una rubrica sulla tradizione liturgica intitolata “What Does the Prayer Really Say” (“Ciò che la preghiera dice realmente”) del settimanale cattolico statunitense “The Wanderer”. La rubrica è poi divenuta un popolare “blog” (www.wdtprs.com/blog).

 

Cos’è un “Motu proprio”?

 

Padre Zuhlsdorf: Un “Motu proprio” è un documento promulgato dal Papa “per sua propria mozione”, vale a dire per sua propria iniziativa e firmato da lui. Spesso è un rescritto o una risposta scritta a una questione che è stata presentata su un tema d’attualità.

 

Lettere “Motu proprio” famose sono “Tra le sollecitudini” di Papa San Pio X del 1903 sulla Musica Sacra e, ovviamente, quella di Giovanni Paolo II “Ecclesia Dei Adflicta” del 1988, dopo la quale l’Arcivescovo Marcel Lefebvre ha consacrato quattro Vescovi senza mandato pontificio.

 

Può riassumere i punti principali del recente documento di Benedetto XVI

 

Padre Zuhlsdorf: Non ci sono molte cose nuove nel “Summorum Pontificum”. Molte delle sue disposizioni erano già in vigore dopo la “Ecclesia Dei Adflicta”, che ha ampliato, ma in modo vago, la legislazione restrittiva del documento del 1986 “Quattuor abhinc annos”. Questo “Motu proprio” del 2007 elimina ambiguità e risolve dispute. Livella il terreno di gioco come i documenti precedenti non hanno fatto.

 

Ad esempio, spiega che l’uso di antichi libri liturgici non è mai stato totalmente proibito. La forma antica non è stata “abrogata”. Alcuni pensano che lo sia stata. Tutti i sacerdoti potranno celebrare la Messa con l’antico “uso” in privato. Questo è stato sempre un punto dibattuto.

 

Quanto alle Messe pubbliche, dove ci sono gruppi stabili di persone che lo desiderano, i pastori possono programmare una Messa regolare nelle parrocchie. Ci sono alcune ragionevoli restrizioni per il Giovedì Santo, il Venerdì Santo e la Veglia di Pasqua.

 

Si possono erigere parrocchie o oratori in cui si usino solo i libri liturgici antichi. I Vescovi lo potevano fare anche prima, ovviamente.

 

Come ha spiegato anni fa la Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, è possibile, non obbligatorio, usare il lezionario del Messale Romano promulgato da Paolo VI, le nuove letture, nel Messale di Giovanni XXIII. Non è mai stato disposto in dettaglio come si poteva fare questo. Non lo fa nemmeno il “Summorum Pontificum”. La Pontificia Commissione dovrà spiegarlo.

 

I libri antichi possono essere usati anche per altri sacramenti: battesimo, penitenza, unzione degli infermi. Solo i Vescovi potranno conferire la confermazione e gli ordini sacri, ovviamente. I sacerdoti potranno usare il Breviario Romano preconciliare anziché l’usuale Liturgia delle Ore.

 

Un tema nuovo è che il Papa contempla la forma antica della Messa come un “uso” straordinario del Rito Latino, mentre il Messale di Paolo VI, o “Novus Ordo”, resta come “uso” ordinario. Benedetto XVI insiste sul fatto che non ci sono due riti, ma un rito in due espressioni o “usi”. Questo è stato oggetto di un approfondito dibattito.

 

Molti dicono che il “Novus Ordo” è tanto diverso dal Messale di Giovanni XXIII, o modello tridentino, da costituire un rito diverso, e si è pensato a una profonda rottura con la tradizione. Ci sono buone argomentazioni per questa affermazione, ma il Santo Padre ci porta nell’altra direzione circa la questione.

 

Un altro punto nuovo, anche se vedremo come lavorerà, è che la Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” dovrà essere rafforzata e ottenere il ruolo adeguato.

 

Il documento mira a promuovere l’unità e i diritti del popoli. Quanti criticano l’iniziativa del Papa, tra i quali non pochi Vescovi, hanno avvertito che questa liberalizzazione provocherà disunione in parrocchie e diocesi, regnerà il caos, il Concilio sarà scalzato e l’orologio inizierà a fare marcia indietro.

 

Francamente, penso che la maggior parte dell’opposizione da parte dei Vescovi fosse realmente motivata dalla preoccupazione che il documento limitasse l’autorità episcopale. Benedetto XVI predispone tutele affinché i Vescovi esercitino la supervisione nelle loro diocesi. Questo è corretto e prudente. Deve essere così.

 

Spiega però che c’è un nuovo modello che deve essere seguito da tutti, Vescovi inclusi. Questo non deve essere troppo sottolineato. Attraverso questo “Motu proprio”, Benedetto XVI afferma che i cattolici con mentalità tradizionale non devono essere visti come “fanatici” da rinchiudere nel soppalco della diocesi. Hanno validi apporti da dare. Hanno diritti.

 

Uno degli aspetti più importanti di questo “Motu proprio” è che sottolinea i diritti dei sacerdoti e dei laici. Non taglia l’erba sotto ai piedi dei Vescovi, ma è un elemento in mano ai laici. Il Papa mostra fiducia nei confronti dei laici con un gesto concreto, ma anche nei sacerdoti e nei Vescovi. E’ un bel proseguimento dell’appello di Giovanni Paolo II al rispetto e alla generosità reciproci.

 

Benedetto XVI chiede a ciascuno di aprire il proprio cuore. Nella lettera esplicativa [ai Vescovi, ndr.] cita spesso 2 Corinzi 6, 13: “Aprite il vostro cuore!”. Quanto si legge il “Summorum Pontificum” con un cuore aperto, nessuno deve temere che i diritti siano calpestati o l’autorità venga scalzata.

 

Perché è necessaria la liberalizzazione del Messale Romano del 1962 dopo che, più di vent’anni fa, si è concessa ai Vescovi di tutto il mondo la possibilità di far celebrare questo rito?

 

Padre Zuhlsdorf: All’inizio c’è stato nel 1986 un permesso molto ristretto di Giovanni Paolo II nell'uso del “Missale Romanum” del 1962. Dopo l’illegittima consacrazione di Vescovi da parte dell’Arcivescovo Lefebvre, nel giugno 1988, Papa Giovanni Paolo II ha promulgato il suo “Motu proprio” “Ecclesia Dei Adflicta”, che effettivamente ha allentato il permesso restrittivo del 1986, ma in modo vago.

 

In quel documento, Giovanni Paolo II ha chiesto, con la sua autorità apostolica, ai Vescovi e ai sacerdoti di essere generosi e di mostrare rispetto nei confronti di coloro che desideravano antiche espressioni della liturgia. Alcuni lo hanno fatto. Molti no.

 

Nel frattempo, la frattura tra il gruppo del defunto Arcivescovo Lefebvre, la Società di San Pio X, in alcuni aspetti è cresciuta di più, in altri meno. La disputa sull’uso del Messale di Paolo VI, o uso “ordinario”, non si è placata, nonostante i numerosi documenti disciplinari emessi dalla Santa Sede E’ come se non sapessimo da dove viene la nostra liturgia e come deve essere.

 

Molto prima della sue elezione alla sede petrina, [il Cardinale Ratzinger] ha scritto e parlato della continuità che i nostri riti e le nostre pratiche liturgiche devono avere con la nostra tradizione. La liturgia si sviluppa organicamente per un lungo periodo dal modo di vivere la fede ed entrando in contatto con diverse culture.

 

Il Messale di Paolo VI è stato, per certi aspetti, assemblato in dispacci dagli esperti, alcuni dei quali, bisogna dirlo, avevano le loro agende ideologiche. Insieme a uno sfrenato atteggiamento del “fuori il vecchio”, esisteva una percezione di rottura con la tradizione liturgica della Chiesa.

 

Questa rottura della vita liturgica della Chiesa non ha dato solo frutti felici. Tra le altre ferite, ha dato l’impressione che la liturgia potesse cambiare quasi dal giorno alla notte e far scomparire le antiche forme, che tutto potesse cambiare, anche la dottrina.

 

Abbandoniamo la teoria. Restaurare il modo antico di celebrare la Messa è semplicemente essere prudenti. Come ha scritto Benedetto XVI, era poco ragionevole proibire in modo così repentino una forma di Messa che ha conformato l’identità cattolica per secoli. Questo ha pregiudicato la nostra identità cattolica. Dobbiamo curare le ferite.

 

Molti commentatori vedono il “Motu proprio” come un tentativo di salvare lo scisma tra la Santa Sede e i settori tradizionalisti. Cosa ne pensa?

 

Padre Zuhlsdorf: Deve aiutare a ricucire lo strappo tra la Società di San Pio X e la Santa Sede.

 

Secondo me, ampliare questa facoltà a tutti i sacerdoti aiuterà, ma non risolverà niente. Ci sono temi più profondi che non si possono risolvere facilmente.

 

Il tema relativo a quale libro può usare un sacerdote per dire Messa, o sollevare la scomunica imposta ai Vescovi della Società di San Pio X, può essere risolto di colpo dal Papa.

 

Restano però da risolvere temi teologici come la dottrina del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa e come la Chiesa deve relazionarsi al mondo. Per questo non penso che questo “Motu proprio” abbia a che vedere principalmente con la separazione della Società di San Pio X.

 

Persone di entrambe le parti per molto tempo si sono guardate con quella che chiamo la “visione imbuto”. Quando ci guardiamo con il cuore di Cristo, attraverso “l’invisibile ferita d’amore”, come diceva Richard de St. Victor, si risolvono molti problemi. E’ arrivato il momento di curare.

 

Altri analisti argomentano che il proposito del “Motu proprio” è aiutare a promuovere il genuino rinnovamento liturgico del Messale di Paolo VI, mediante una “riforma della riforma”. Come può accadere?

 

Padre Zuhlsdorf: Come ho detto prima, la liturgia si sviluppa organicamente nel corso di un periodo di vivere la fede ed entrare in contatto con varie culture. Storicamente, diversi riti della Messa si sono influenzati a vicenda.

 

Ciò che accadrà con la liberalizzazione della forma antica della Messa sarà una fecondità incrociata, potremmo dire, poiché l’uso di una Messa influisce sull’altro.

 

Dall’originaria liberalizzazione di Giovanni Paolo II, molti giovani sacerdoti si sono interessati alle antiche forme della Messa. Non conoscevano la Messa “tridentina” ma non portavano neanche il fardello degli anni ‘60 e ‘70. Non erano stretti in quel falso “Spirito del Vaticano II”.

 

Lo stesso è accaduto con alcuni sacerdoti più anziani che hanno riacquisito la forma “straordinaria” della Messa dopo anni senza contatti. Quando hanno iniziato a studiare la forma antica, hanno aggiustato il modo in cui celebravano il “Novus Ordo”. Hanno iniziato a radicare nuovamente il loro stile di celebrare la Messa nella profonda tradizione.

 

Questo sviluppa un senso diverso dell’“ars celebrandi”, il modo liturgico e l’atteggiamento propri di cui parla Papa Benedetto nella sua esortazione postsinodale “Sacramentum Caritatis”.

 

In un senso ironico, ho sentito qualche battuta sul fatto che il “Novus Ordo” migliora quanto più celebri come se si trattasse dell’antica forma della Messa.

 

Dall’altro lato, la gente che usa la forma antica della Messa ha imparato dagli ultimi decenni del “Novus Ordo”. Probabilmente recita e partecipa alla Messa Tridentina meglio ora che prima di tutti i cambiamenti.

 

L’assenza del messale più antico per tanto tempo ha aumentato il nostro apprezzamento delle sue ricchezze. Le esperienze buone e cattive, anche gli abusi, sono stati di insegnamento.

 

Quando vedo i sacerdoti celebrare la forma antica, posso dire che sono acutamente consapevoli che di fatto c’è gente nei banchi. C’è un forte collegamento tra il sacerdote e la congregazione. Il punto cruciale è che gli usi diversi influiranno su tutta la vita liturgica della Chiesa. Tutti ci arricchiremo. Non ci sono perdenti qui. Siamo tutti vincitori.

 

Cos’ha a che vedere il “Motu proprio” con quello che il Santo Padre chiama “l’ermeneutica della continuità”?

 

Padre Zuhlsdorf: Facciamo un paio di distinzioni. Cerco di esaminare importanti documenti considerando ciò che dicono alla Chiesa, “ad intra”, e al mondo, “ad extra”.

 

Dal punto di vista “ad intra”, Benedetto XVI vuole sanare le rotture nella continuità in vari ambiti della vita della Chiesa. La liberalizzazione, come ho detto, tornerà a radicare le celebrazioni della Santa Messa nella nostra profonda tradizione liturgica.

 

Nel suo discorso del Natale 2005 alla Curia, il Santo Padre ha parlato di un’“ermeneutica della discontinuità e della rottura” dopo il Concilio Vaticano II. Un’“ermeneutica” è un principio di interpretazione, come una lente mediante la quale esaminiamo una questione. Per molti sembrava che non ci fosse niente di buono o valido da preservare prima del Vaticano II. Tutto ciò che era antico era cattivo.

 

I documenti del Concilio non chiamano a una rottura. Un falso “Spirito del Vaticano II” di discontinuità e rottura ha accattivato molta gente influente nella Chiesa. Questa “ermeneutica della discontinuità” è stata applicata in parrocchie, seminari, università e nei media cattolici. Ha creato fratture in quasi ogni aspetto della vita della Chiesa dopo il Concilio.

 

Questo “Motu proprio” è un passo concreto della promozione da parte di Benedetto XVI di un nuovo modo di vedere come il passato, il presente e il futuro siano collegati. Propone un’“ermeneutica di riforma”, come l’ha definita nello stesso discorso del Natale 2005.

 

Sentirà qualcuno usare il cliché che si tratta di un movimento per “far andare indietro l’orologio”. Leggono male la motivazione. E’ un modo di applicare il Concilio in modo più autentico. La liberalizzazione dell’antica forma della Messa deve essere contemplata come una parte della visione della riforma da parte di Benedetto XVI. Sta ricostruendo continuità con la tradizione della Chiesa. “Ad intra”, il documento tratta completamente della cura.

 

Ricostruire continuità ci porta a quello che il “Motu proprio” chiama “ad extra”, al mondo più ampio.

 

Tutti conoscono gli sforzi per mettere a tacere e minimizzare la Chiesa cattolica negli scenari del dibattito pubblico, politici e accademici. I cattolici sono emarginati se aprono bocca. Di modo che la fede viene messa da parte come questione puramente “privata”, da non esprimere in pubblico.

 

Benedetto XVI è fermo sul fatto che la Chiesa ha diritto al suo linguaggio, ai suoi simboli e alla sua identità. Abbiamo il diritto di esprimerci pubblicamente con la nostra identità cattolica intatta. Dobbiamo dare un apporto come cattolici.

 

Allo stesso tempo, Benedetto XVI difende il concetto della laicità propriamente detta, ma insiste sull’offrire le preoccupazioni cattoliche al pubblico. In Italia questo ha iniziato a provocare malessere. I Vescovi italiani stanno riscoprendo la loro voce pubblicamente e i loro detrattori sono furiosi.

 

Perché questa dimensione del punto di vista di Benedetto XVI porti frutto, dobbiamo iniziare a riscoprire e reintegrare un’identità autenticamente cattolica. Il “Motu proprio” per liberalizzare la forma della Messa che ha formato l’identità cattolica per secoli è un movimento importante nel progetto del Papa di recuperare la continuità con la nostra tradizione, per iniziare la cura, e quindi dare nuovo vigore alla Chiesa in un mondo sempre più secolarizzato e relativista.

 

 

I DUE PAPI E IL RITORNO DELLA MESSA IN LATINO

di Antonio Socci e Solideo Paolini Da “Libero” del 1 luglio 2007

  

Cosa c’è dietro la storica decisione di Benedetto XVI di restituire alla Chiesa il suo tradizionale rito millenario? E’ una scelta di portata epocale, contro la quale il papa ha subito pressioni pesanti da vescovi progressisti (pochi giorni fa Enzo Bianchi, con sicumera, annunciava alla Stampa: “Ratzinger non lo farà”. In effetti il Motu proprio è di Benedetto XVI). La scelta era già stata prefigurata e legittimata da Giovanni Paolo II con i primi passi degli anni Ottanta. E proprio nello stretto rapporto fra questi due papi bisogna indagare per capire. Bisogna scoprire i retroscena degli ultimi mesi di pontificato di papa Wojtyla.

 

L’8 gennaio 2005, sentendo ormai avvicinarsi la fine, Giovanni Paolo II, durante un pranzo con alcuni prelati di Curia (Herranz, Castrillon Hoyos, Lopez Trujillo e lo stesso Ratzinger), esprime la sua preferenza, come successore, proprio per il suo braccio destro bavarese. Vede in lui non solo l’amico fedele e prezioso (anche per le valutazioni critiche da lui espresse), ma l’unico che può tentare di riportare la barca di Pietro fuori dalla tempesta del post Concilio.

 

Un segreto da svelare

 

Il mese successivo, il 13 febbraio, muore a Coimbra suor Lucia, l’ultima veggente di Fatima, la depositaria del messaggio profetico della Madonna sui nostri anni, messaggio che – secondo Giovanni Paolo II – va accostato addirittura alle profezie bibliche, il cui valore non è affatto “facoltativo” riconoscere se lo stesso papa Wojtyla affermò solennemente che bisogna “ascoltare il comando che fu dato (a Fatima, ndr) da Nostra Madre, preoccupata per i suoi figli. Ora questi comandi sono più importanti e vitali che mai”. Anzi, disse il Papa, “l’appello fatto da Maria, nostra Madre, a Fatima

 

è più attuale di allora e persino più urgente… fa sì che tutta la Chiesa si senta obbligata a rispondere alle richieste di Nostra Signora. Il Messaggio impone un impegno su di essa”. Espressioni decisamente gravi, che impediscono di declassare il “segreto” a semplice e non-vincolante materia per appassionati. E fanno capire perché, per 40 anni, senza che ciò trapelasse, dentro le mura vaticane quel messaggio è stato un’autentica ossessione, oggetto di mille riunioni, timori e inquiete considerazioni. Ebbene, la morte di suor Lucia nel febbraio 2005 pone a papa Wojtyla un problema di coscienza. Suor Lucia infatti aveva consegnato alle autorità ecclesiastiche il testo del “terzo segreto” nel 1944 esigendo da loro l’impegno a rivelarlo nel 1960 (secondo quanto le aveva detto la Madonna) o al momento della sua morte. Nel 1960 non fu rivelato per decisione di Giovanni XXIII che – atterrito dal suo contenuto – espresse il dubbio se fosse di origine soprannaturale o un pensiero di suor Lucia. Contiene, per quanto si è capito, una profezia sull’apostasia nella Chiesa e, collegata, un’altra profezia agghiacciante sul mondo, come il papa svelò a Fulda. In un recente colloquio monsignor Capovilla – che da segretario di Giovanni XXIII ha conosciuto quel testo – ci ha confidato che lì la suora (perché lui non lo attribuisce alla Madonna, ma alla veggente) avrebbe “scritto le sue riflessioni sul vescovo vestito di bianco”.

 

Un commento alla visione? O sulla strana e ambigua espressione “vescovo vestito di bianco”? Quando Giovanni Paolo II si recò a Fatima nel 1982 suor Lucia tornò a chiedergli la pubblicazione del Terzo Segreto e il papa le rispose di no perché “potrebbe essere male interpretato”. Evidentemente una simile espressione si riferiva a qualcosa che imbarazzava la Chiesa, come poi confermarono la parole di Ratzinger del 1996 sui “dettagli” di quel testo che potevano nuocere.

 

Nel 2000 fu svelata la parte della visione, come si è detto, ma non quelle impressionanti parole pronunciate dalla Madonna di cui conosciamo l’incipit che suor Lucia aveva già rivelato (“In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede ecc”). Alla morte di Lucia il papa si sentì in dovere di tener fede all’impegno assunto con la veggente che quel 13 maggio 2000, davanti alle telecamere di tutto il mondo, gli consegnò una lettera il cui contenuto resta tuttora misterioso (come molti suoi scritti e memorie segretati). Ma come rendere nota quella parte del terzo segreto che ha atterrito tutti i papi che l’hanno letta? Questo era il problema.

 

Indiscrezioni vaticane

 

Da notizie riservate in nostro possesso, confermate da tre autorevoli fonti vaticane, risulta che papa Wojtyla e il cardinale Ratzinger decisero di tener fede all’impegno rivelando quel contenuto in una forma velata, cioè nei contenuti essenziali, ma senza dichiararne la fonte. L’occasione scelta fu la Via Crucis del venerdì santo che nel 2005 cadeva il 25 marzo. Fu infatti una Via Crucis molto insolita non solo perché, stranamente, a scriverne il testo fu il card. Ratzinger, ma anche perché segnò il passaggio di consegne fra papa Wojtyla (che sarebbe morto una settimana dopo) e lo stesso prelato. Sicuramente quel drammatico testo fu scritto o riveduto a quattro mani, una sorta di testamento comune dei due pastori. I passaggi che fecero più impressione furono proprio quelli dov’era racchiuso il “quarto segreto”. Fin dalla prima stazione c’è un riferimento penitenziale all’infedeltà di Pietro: “Quante volte abbiamo, anche noi, preferito il successo alla verità, la nostra reputazione alla giustizia. Dona forza, nella nostra vita, alla voce sottile della coscienza, alla tua voce. Guardami come hai guardato Pietro dopo il rinnegamento”.

 

Quindi viene “alla storia più recente”, a riconoscere “come la cristianità, stancatasi della fede, abbia abbandonato il Signore”. Denuncia “il potere delle ideologie, intessute di menzogne” che “hanno costruito un nuovo paganesimo” e per eliminare Dio, hanno eliminato l’uomo. Ma, aggiungono i due autori, “non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!... Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue, è certamente il più grande dolore del Redentore”. E ancora: “Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti… Con la nostra caduta ti trasciniamo a terra e Satana se la ride, perché spera che non riuscirai più a rialzarti. Tu però ti rialzerai”. Il senso del Motu proprio

 

Come si deduce anche da queste parole, qualcosa di grave dev’esserci, nel messaggio di Fatima, che si riferisce alla liturgia e alla crisi del clero (a migliaia lasciarono l’abito dopo il Concilio). Non è un caso se il cardinal Ratzinger – sempre molto misurato – sul colpo di mano della riforma liturgica del 1969 è stato durissimo: “Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita ‘etsi Deus non daretur’: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero di Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale?”.

 

Dunque l’attuale Motu proprio rappresenta un grande tentativo di riparazione e un grido di aiuto al Cielo. I due autori della Via Crucis del 2005, confessavano che “proprio in quest’ora della storia viviamo nell’oscurità di Dio” e poi citavano quello stesso apocalittico versetto del Vangelo di Luca che citò Paolo VI in riferimento al nostro tempo, laddove Gesù si chiede: “Ma il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Il testo della Via Crucis faceva un chiaro riferimento alle parole della Madonna a Fatima (“Alla fine il Mio Cuore Immacolato trionferà”). Infatti sotto la croce “i discepoli sono fuggiti, ella non fugge. Ella sta lì, con il coraggio della madre, con la fedeltà della madre, con la bontà della madre e con la sua fede che resiste nell’oscurità… Sì, in questo momento Gesù lo sa: troverà la fede”. C’è l’eco delle parole che la Madonna disse a S. Caterina Labouré nel 1830 parlando del nostro tempo: “Il momento verrà, il pericolo sarà grande, si crederà tutto perduto. Allora io sarò con voi”. Come si vede la successione fra i due pontefici avviene nel segno di Fatima. Lo fa pensare anche l’inquietante frase pronunciata dal nuovo papa nella messa di insediamento, il 24 aprile 2005 (“pregate per me, perché io non fugga per paura davanti ai lupi”) che ricorda il papa martirizzato del terzo segreto.

 

La messa in latino dà fastidio ai comunisti

di Renato Farina da Libero Sabato 30 Giugno 2007

 

L’Unità è orribile ma molto istruttiva. Non riesce a fare a meno di dire la verità. Non sul mondo, figuriamoci: ma su se stessa, sui sentimenti di chi la scrive e di chi la ispira. Basti osservare come ha giudicato in prima pagina il documento con cui Papa Ratzinger autorizza la celebrazione della messa in latino, secondo il rito di San Pio V. Benedetto XVI è tacciato di ‹‹scelta reazionaria››. Di uso spregiudicato del ‹‹latinorum›› perché ‹‹ la Chiesa non vuol essere capita››, forse per non svelare che cosa c’è davvero sotto il calice e l’ostia. Il Papa è accusato addirittura di essere l’‹‹altra faccia del berlusconismo››, una specie di Bondi del Vaticano. Da quelle parti (ma anche un po’  dalle nostre: noi diamo a Dio quel che è di Dio, e a Silvio il meno possibile perché ha già tutto) è l’offesa più cocente che ci sia, una sorta di eresia cosmica. Com’è noto, secondo i compagni, Gesù è stato il primo comunista o anche post-comunista; ora per i medesimi, introducendo il latino Ratzinger lo ha iscritto a un circolo della Michela Brambrilla. Noi non è che capiamo la logica. Semmai, se Ratzinger avesse voluto essere berlusconiano, avrebbe dovuto obbligare i chierichetti a rispondere alle invocazioni in inglese, e a piazzare qualche velina sull’altare per alzare l’audience. Dunque una perfetta idiozia. Ma qui non c’è da entrare in queste teste, anche se ci sarebbe molto posto. Ci limitiamo a controllare il vasetto delle urine: e chiunque vi scorge il bisogno fisiologico di parlar male del Papa, e non c’è altra strada che associarlo al diavolo Berlusca, e viceversa. […] …

    

 

Bentornato latino, mi sento più a casa

di Antonio Socci Da “Libero” Domenica  8 luglio 2007          

 

E’ un grande pontefice, papa Benedetto, e avrà un’importanza storica per la Chiesa. E da oggi, col ritorno alla libertà di celebrare anche la Messa in latino, certi “progressisti” scateneranno una guerra feroce contro di lui. Magari inventandosi falsamente il ripristino della controversa preghiera sugli ebrei, che invece non c’è affatto. Sono tanti i segni del coraggio di quest’uomo, che è mite e gentile, ma anche deciso a “non anteporre nulla a Dio” e a “non fuggire davanti ai lupi”.

 

Di recente la lettera ai cattolici cinesi (per riunire le due chiese e reclamare libertà dal regime) e l’altroieri il simbolico riconoscimento del “martirio” degli ottocento abitanti di Otranto che furono decapitati nel 1480 dai musulmani invasori perché non vollero rinnegare Gesù Cristo.

 

Ma soprattutto ha un grande peso questo Motu proprio con cui il papa restituisce alla Chiesa, accanto alla messa in italiano, la sua bimillenaria liturgia latina che – con un colpo di mano – era stata spazzata via nel 1969 contravvenendo alle regole della Chiesa stessa. La liturgia per la Chiesa racchiude tutto il suo tesoro, cioè “l’integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede”. E dunque il Messale latino non poteva essere messo fuorilegge (infatti giuridicamente è sempre stato valido).

 

Nel delirio post-conciliare l’intolleranza progressista riuscì a far credere che fosse stato messo al bando. Fu quello il tempo di una spaventosa apostasia di fedeli e un’apocalittica crisi del clero: dal 1965 circa 100 mila sacerdoti abbandonarono l’abito e 107.600 monache e suore lasciarono le loro congregazioni fra 1966 e 1988. Una tragedia senza eguali nella storia della Chiesa. Segno, per una mente cristiana, che Dio non aveva benedetto certi “rinnovamenti” che si dicevano “conciliari”, ma anzi ne era disgustato (Benedetto XVI infatti denuncia “deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile”).

 

Da cardinale, Ratzinger definì il colpo di mano contro la liturgia tradizionale come “una rottura” dalle conseguenze “tragiche”. Un grande laico come Giuseppe Prezzolini, nel 1969 – l’anno della riforma liturgica – scrisse un editoriale intitolato: “La liquidazione della Chiesa”. Pur essendo agnostico, constatava amaramente la febbre rivoluzionaria che aveva fatto irruzione nella Chiesa riducendola a una caricatura delle “sette protestanti” e della “civiltà moderna”.

 

Fu soprattutto la grande cultura laica a denunciare l’immensa perdita rappresentata dalla cancellazione dell’antica liturgia cattolica che aveva letteralmente dato forma alla cultura europea. Due appelli pubbici, nel 1966 e nel 1971, uscirono in difesa della Messa di s. Pio V, come grande patrimonio spirituale e culturale. E furono firmati dalle più grandi personalità della cultura come Borges, De Chirico, Elena Croce, W. H. Auden, Bresson, Dreyer, Del Noce, Julien Green, Maritain, Montale, Cristina Campo, Mauriac, Quasimodo, Evelyn Waugh, Maria Zambrano, Elémire Zolla, Gabriel Marcel, Salvador De Madariaga, Contini, Devoto, Macchia, Pallottino, Paratore, Bassani, Luzi, Piovene, Andrés Segovia, Harold Acton, Agatha Christie, Graham Greene e  pure il direttore del “Times”, William Rees-Mogg.

 

Fu inutile. Ormai la sbornia progressista (o meglio: “la dittatura del relativismo”) dilagava nella Chiesa e pretendeva di fare a pezzi la sua tradizione. Anni dopo fu boicottato perfino Giovanni Paolo II quando varò uno speciale indulto, addirittura con due documenti, nel 1984 e nel 1988, affermando che la Messa di san Pio V non era mai stata abolita e la si poteva celebrare col permesso del vescovo. Il Papa aveva esortato “i Vescovi ad usare largamente e generosamente tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedessero”, ma parte dei vescovi fece il contrario e di fatto annullò l’importante atto pontificio. Certi vescovi hanno dato locali per pregare ai musulmani, ma li hanno negati per le messe tradizionali.

 

Dunque oggi, alla luce di questi abusi d’autorità, Benedetto XVI vara un Motu proprio dove i diritti del popolo cristiano sono protetti da Pietro stesso e non rimessi all’arbitrio dell’episcopato. Alberto Melloni, due giorni fa, sul Corriere della sera, ha dato sfogo alla rabbia della fazione progressista, arrivando addirittura a definire il Motu proprio come “uno sberleffo villano al Vaticano II”.

 

E’ buffo. Uno “storico del Concilio” come Melloni ignora che durante il Concilio si celebrava proprio la liturgia a cui oggi il Papa ridà cittadinanza. E ignora che mai il Concilio Vaticano II ha messo fuorilegge questa liturgia: semmai fu l’atto dispotico del 1969 che andava contro il Concilio. Un altro buffo paradosso: questo gruppo di storici “progressisti” che hanno fatto di Giovanni XXIII il loro simbolo, oggi si oppongono proprio al Motu proprio che riconosce la validità del “Messale Romano di Giovanni XXIII” (infatti è l’edizione del 1962 che il papa restituisce alla Chiesa).

 

E sembrano ignorare il discorso di papa Roncalli del 22 febbraio 1962, alla firma della “Veterum Sapientia”, dove fra l’altro, esaltando la liturgia in latino, spiegò che essa aveva un legame profondo con “la Cattedra di Pietro”. Il papa aggiunse che la lingua latina “fu strumento di diffusione del Vangelo, portata sulle vie consolari quasi a simbolo della più alta unita del Corpo Mistico. (...) E anche quando le nuove lingue delle singole individualità nazionali europee si fecero strada fino a sostituire l'unica lingua di Roma, questa è rimasta nell'uso della Chiesa Romana, nelle saporose espressioni della liturgia, nei documenti solenni della Sede Apostolica, strumento di comunicazione col centro augusto della cristianità”.

 

Infine riaffermò la sua validità non solo per “motivi storici ed affettivi” ma anche perché “nel presente momento storico” è segno di unità fra i popoli e serve “all’opera di pacificazione e di unificazione”. Anche per “i nuovi popoli che si affacciano fiduciosi alla vita internazionale. Essa infatti non è legata agli interessi di alcuna nazione, è fonte di chiarezza e sicurezza dottrinale, è accessibile a quanti abbiano compiuti studi medi superiori; e soprattutto è veicolo di reciproca comprensione”. Cinque anni dopo la liturgia latina fu in pratica messa al bando. Melloni accusa oggi Benedetto XVI di aver “spezzato” una continuità ed aver esautorato i vescovi. Ma è vero l’esatto contrario: proprio il Novus ordo fu imposto nonostante la bocciatura della maggioranza dei vescovi. E fu la “proibizione” del Messale latino a “spezzare” la continuità millenaria della liturgia. Oggi questi strani progressisti si oppongono alla libertà che invece il papa difende (dà la possibilità di celebrare in “due usi dell’unico rito romano”). E si oppongono ai diritti del popolo cristiano (difesi dal papa). Essi rivendicano l’arbitrio di potere del ceto clericale. E poi parlano di democrazia nella Chiesa! Infine sono oscurantisti perché disprezzano un patrimonio che tutta la migliore cultura esalta.

 

Benedetto XVI ha affidato le nuove norme alla “potente intercessione di Maria”. E le ha pubblicate nel novantesimo anniversario delle apparizioni di Fatima, in uno dei primi sabati del mese (giorno della Madonna di Fatima), un 7 luglio, lo stesso giorno in cui Pio XII, nel 1952, promulgò la “Sacro vergente anno”, dove finalmente consacrò la Russia al Cuore Immacolato di Maria come richiesto da lei a Fatima. Infine Benedetto XVI vara il suo Motu proprio dal 14 settembre, festa dell’Esaltazione della S. Croce, a ricordare la natura “sacrificale” della Messa che proprio nella riforma del 1969 era stata messa in ombra per avvicinarsi ai protestanti. Col rischio di perdere l’essenziale. Questo atto non è una concessione ai “lefebvriani”, ma il ritrovamento di un tesoro da parte di tutta la Chiesa.

 

 I Lefebvriani: grazie Ratzinger “Ora parliamo della scomunica”

di Vittorio Messori da Corriere della Sera Domenica 8 Luglio 2007

 

Nello chalet di Menzingen, nel cantone svizzero di Zug, dove ha sede la casa generalizia della Fraternità sacerdotale San Pio X, il plico è arrivato già da qualche giorno. Nella busta , il Motu proprio Summorum Pontificum, la lettera di introduzione di Benedetto XVI e un messaggio personale del Cardinale Dario Hoyos Castrillòn. Destinatario, Mons. Bernard Fellah, superiore generale di coloro che, dal loro Fondatore, sono detti abitualmente “lefebvriani”, lo schieramento tradizionalista che contesta pastorale e dottrina della Chiesa uscite dal Vaticano II. Con 481 sacerdoti, 90 fratelli laici, 206 religiose, 6 seminari, 117 priorati, 82 scuole, 6 istituti universitari, 450 luoghi di culto in 62 paesi del mondo, almeno mezzo milione di seguaci convinti, la Fraternità ha costituito la maggiore spina nel fianco per Roma, che si è vista costretta a colpire di scomunica la gerarchia episcopale consacrata validamente ma illegittimamente da Monsignor Marcel Lefebvre. Dopo una prima lettura dei documenti giunti da Roma, Monsignor Fellah ha accettato di anticipare al Corriere le sue reazioni. Che sono, va detto subito, ben più positive di quanto potesse prevedere chi conosca la complessità del Dossier aperto da decenni con la Santa Sede. Certo: la Messa non solo in latino, ma secondo l’antico rituale, è da sempre la bandiera lefebvriana più appariscente. Ma gli stessi dissidenti hanno sempre insistito sul fatto che la nuova liturgia eucaristica non è che l’espressione di un orientamento in molti punti inaccettabile assunto dopo il Concilio Vaticano II dalla  Cattolica. Così, in certi ambienti tradizionalisti,si è spesso detto che un decreto come quello approvato ora da Papa Ratzinger non solo non sarebbe bastato ma poteva essere in qualche modo fuorviante, rafforzando gli equivoci. Non è così stando a quanto a voluto dirci monsignor Fellah:‹‹ Questo è un giorno davvero storico. Esprimiamo a Benedetto XVI la nostra profonda gratitudine. Il suo documento è un dono della Grazia. Non è un passo, è un salto nella buona direzione››. Per il superiore lefebvriano, la ‹‹normalizzazione›› della messa ‹‹non di San Pio V›› ,precisa, ‹‹bensì della Chiesa di sempre››, è  ‹‹un atto di giustizia, è un aiuto soprannaturale straordinario in un momento di  grave crisi ecclesiale››. Ancora: ‹‹La riaffermazione da parte del Santo Padre della continuità del Vaticano II e della messa nuova con la Tradizione costante della Chiesa – dunque la negazione di una frattura che il Concilio avrebbe introdotto con i 19 secoli precedenti – ci spinge a continuare la discussione dottrinale. Lex orandi, lex credendi: si crede come si prega. Ed ora è riconosciuto che, nella messa di sempre, si prega “giusto” ››. In ogni caso, da oggi, un solo rito, due forme egualmente legittime (dette di Pio V e di Paolo VI) per esprimere un’unica fede. Per giungere a questo risultato, la resistenza di mons. Lefebvre e dei suoi è stata decisiva, già da Cardinale Joseph Ratzinger pensava di avere un debito verso questi fratelli che esprimevano disagi che, almeno in parte, egli stesso condivideva. Mons. Fellay ammette il ruolo della sua Fraternità ma guarda oltre: ‹‹Si, la Provvidenza ci ha permesso di essere strumenti per pungolare Roma e giungere sino a questo giorno. Ma siamo anche consapevoli di non essere che il termometro che segnala una febbre che esige rimedi adeguati. Questo documento è una tappa fondamenta in un percorso che ora potrà accelerare, speriamo con prospettive confortanti, anche nella questione della scomunica››. Nessuna delusione, quindi? ‹‹ Direi di no, anche se meno soddisfacenti ci sembrano alcuni passi della lettera di introduzione, dove si avvertono condizionamenti di politica ecclesiale››. In ogni caso, il fatto è oggettivo e monsignor Fellay e i suoi ne sono pienamente consapevoli: non sono stati inutili, malgrado aspetti talvolta duri e censurabili, i quarant’anni di opposizione. Nei prossimi giorni, la Fraternità inviera una lettera del superiore generale a tutti i suoi fedeli del mondo che così inizia:‹‹ Il Motu proprio pontificio ristabilisce la messa tridentina nei suoi diritti e riconosce chiaramente che non è mai stata abrogata. Così, la fedeltà a questa messa . per la quale molti preti e laici sono stati perseguiti e sanzionati per molti decenni – non è mai stata una disobbedienza››. La strategia del recupero della tradizione, iniziata da Giovanni Paolo II, pur costretto all’obbligata scomunica, coglie con Benedetto XVI un successo notevole, nella prospettiva dell’antico progetto ratzingeriano di una ‹‹riforma della riforma›› e non  soltanto quella liturgica. Le proteste di certi episcopati? Qualcuno fa notare che, stando a impietose proiezioni, entro vent’anni almeno un terzo delle diocesi dell’Occidente – compresa la Francia, che è quella che più disapprova l’iniziativa papale – dovrà essere addirittura soppresso per mancanza di clero. Difficile, dunque, per vescovi con forze ridotte al limicino, far la voce grossa contro quei ‹‹lefebvriani›› che, al contrario, godono di un flusso ininterrotto di vocazioni. La stessa diocesi di Parigi ha ormai un numero di sacerdoti diocesani( con un età media assai avanzata e spesso sfiduciati) di poco superiore a quello degli invisi ‹‹tradizionalisti››, i cui preti sono in maggioranza giovani, fortemente determinati, forgiati allo studio e alla disciplina da seminari di rigore implacabile.          

Basta con l'intolleranza verso l'antica liturgia "Deve venir meno l'atteggiamento di sufficienza verso l'antico rito: non capisco la soggezione dei vescovi nei confronti di questa intolleranza".

C'è bisogno come minimo di una nuova consapevolezza liturgica che sottragga spazio alla tendenza a operare sulla liturgia come se fosse un oggetto della nostra abilità manipolatoria. Siamo giunti al punto che dei gruppi liturgici imbastiscono da sé stessi la liturgia domenicale. Il risultato è certamente il frutto dell'inventiva di un pugno di persone abili e capaci. Ma in questo modo viene meno il luogo in cui mi si fa incontro il totalmente Altro, in cui il sacro ci offre se stesso in dono; ciò in cui mi imbatto è solo l'abilità di un pugno di persone. E allora ci si accorge che non è quello che si sta cercando. È troppo poco, e insieme di qualcosa di diverso. La cosa più importante oggi è riacquistare il rispetto della liturgia e la consapevolezza della sua non manipolabilità. Reimparare a riconoscerla nel suo essere una creatura vivente che cresce e che ci è stata donata, per il cui tramite noi prendiamo parte alla liturgia celeste. Rinunciare a cercare in essa al propria autorealizzazione, per vedervi invece un dono. Questa, credo, è la prima cosa: sconfiggere la tentazione di un fare dispotico, che concepisce la liturgia come oggetto di proprietà dell'uomo, e risvegliare il senso interiore del sacro. Il secondo passo consisterà nel valutare dove sono stati apportati tagli troppo drastici, per ripristinare in modo chiaro e organico le connessioni con la storia passata. Io stesso ho parlato in questo senso di "riforma della riforma". Ma, a mio avviso, tutto ciò deve essere preceduto da un processo educativo che argini la tendenza a mortificare la liturgia con invenzioni personali. Per una retta presa di coscienza in materia liturgica è importante che venga meno l'atteggiamento di sufficienza per la forma liturgica in vigore fino al 1970. Chi oggi sostiene la continuazione di questa liturgia o partecipa direttamente a celebrazioni di questa natura, viene messo all'indice; ogni tolleranza viene meno a questo riguardo. Nella storia non è mai accaduto niente di questo genere; così è l'intero passato della Chiesa a essere disprezzato. Come si può confidare nel suo presente se le cose stanno così? Non capisco nemmeno, a essere franco, perché tanta soggezione, da parte di molti confratelli vescovi, nei confronti di questa intolleranza, che pare essere un tributo obbligato allo spirito dei tempi, e che pare contrastare, senza un motivo comprensibile, il processo di necessaria riconciliazione all'interno della Chiesa. Oggi il latino nella Messa ci pare quasi un peccato. Ma così ci si preclude anche la possibilità di comunicare tra parlanti di lingue diverse, che è così preziosa in territori misti. Ad Avignone, ad esempio, il parroco del Duomo mi ha raccontato che una domenica si sono improvvisamente presentati tre diversi gruppi, ognuno dei quali parlava una lingua diversa, e tutti e tre desiderosi di celebrare la Messa. Propose quindi di recitare il Canone tutti insieme in latino, così avrebbero potuto concelebrare tutti quanti. Ma tutti hanno respinto bruscamente questa proposta: no, ognuno doveva trovarci qualcosa di proprio. O pensiamo anche a località turistiche: dove sarebbe bello potersi riconoscere tutti in qualcosa di comune. Dovremmo quindi tenere presente anche questo. Se nemmeno nelle grandi liturgie romane si può cantare il "Kyrie" o il "Sanctus", se nessuno sa più nemmeno cosa significhi il "Gloria", allora si è verificato un depauperamento culturale e il venire meno di elementi comuni. Da questo punto di vista direi che il servizio della parola dovrebbe essere tenuto in ogni caso nella lingua madre, ma ci dovrebbe anche essere una parte recitata in latino che garantisca la possibilità di ritrovarci in qualcosa che ci unisce.

                                                                                                             Joseph Ratzinger

 

da Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo millennio, Cinisello Balsamo (Mi),

Edizioni San Paolo, 2001, pp. 379-381

  

Fortes infide: contro le divisioni, i dubbi e le incertezze del post-Concilio

29 giugno 1972. Omelia pronunciata da Papa Paolo VI  alla messa nella Basilica Vaticana in occasione della solennità dei Santi Pietro e Paolo e del IX anniversario della elezione al pontificato.

 

Venerati Fratelli e Figli carissimi!

Noi dobbiamo a voi un particolare ringraziamento, a voi e a quanti, assenti di luogo, sono presenti di spirito, per la presenza a questo rito che vuol avere una duplice intenzione. La prima è quella di onorare i Santi Pietro e Paolo e specialmente - per la Basilica in cui ci troviamo sopra la tomba e sopra le reliquie dell'Apostolo Pietro - di onorare questi Principi degli Apostoli e di onorare Cristo in loro, e di sentirci da loro portati a Cristo e a loro debitori di questa grande eredità della fede; e poi l'altra intenzione, a cui non possiamo essere insensibili, è quella di commemorare il IX anniversario della Nostra elezione alla successione di San Pietro, e quindi al pontificato romano e, diciamo tremando, al posto di rappresentante visibile in terra, Vicario di Nostro Signore Gesù Cristo.

Vi ringraziamo di cuore anche perché cotesta presenza ci assicura di ciò che abbiamo dì più vivo e di più ardente nei nostri desideri: la vostra adesione, la vostra fedeltà, la vostra comunione, la vostra unità nella preghiera e nella fede e nella costituzione di questa misteriosa società visibile, terrena, che si chiama la Chiesa; e di sentirvi qui, particolarmente Chiesa, cioè uniti in Gesù Cristo come corpo suo. E poi perché speriamo che cotesta presenza voglia dire aiuto, collaborazione, e voglia dire indulgenza a Chi vi parla, e anche preghiera per Noi, per il Nostro ufficio, per la missione che il Signore Ci ha affidato a bene della Chiesa e del mondo, e cotesta preghiera Ci sarà veramente di grande suffragio per compiere umilmente e fortemente la Nostra fatica. Che cosa diremo, in questo breve momento che ci è dato dal rito, per riflettere e pensare a quanto stiamo celebrando e meditando?

Noi non vi parleremo della storia di San Pietro, perché troppo lungo sarebbe, e anche troppa scienza voi già avete di questa storia, e tanto meno di tutta l'esplicazione dottrinale-teologica, che deriva da essa. E non vi parleremo nemmeno di Noi, perché questa sarebbe troppo umile storia. Ma ci sentiamo autorizzati a cedere la parola a San Pietro stesso e pregare lui che dica una delle sue parole, una tra quelle tanto belle che ci sono lasciate nelle due Epistole canoniche che noi consideriamo nel corpo delle Sacre Scritture. E scegliamo quella che parla di voi: la parola di San Pietro sopra la comunità della Chiesa nascente, come si contiene nella Prima lettera che San Pietro inviò - strano ma espressivo - alle Chiese d'Oriente, alle Chiese dell'Asia Minore, e da Roma, dicono gli esegeti informati. E scrisse non tanto, come è costume di San Pietro, per fare comunicazioni dottrinali nuove, come invece faceva San Paolo, ma per esortare. Si sente il pastore, che vuole incitare, che vuole incoraggiare, che vuol dare coscienza di quello che il popolo cristiano è, di quello che deve fare, come sentire; tutta la gamma dei nuovi sentimenti che devono agitarsi e sprigionarsi dal cuore cristiano sono toccati con profonda veggenza, con profonda delicatezza in questa Prima lettera di San Pietro, e fra le tante parole che essa

contiene, questa noi vi presentiamo e lasciamo poi alla vostra meditazione, salvo un breve commento.

Dice San Pietro: «Voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, gente santa, popolo d'acquisto affinchè voi proclamiate la virtù di Colui che dalle tenebre vi ha chiamati alla luce meravigliosa. Voi che un tempo non eravate un popolo, ora siete popolo di Dio, voi che prima non foste partecipi delle misericordie, ed ora invece partecipale della misericordia del Signore». Ecco quello che noi presentiamo un istante alla vostra riflessione. Sono parole, queste, che sono state molto studiate in questi ultimi anni, specialmente perché esse hanno fatto perno sulla dottrina del Concilio nel suo capitolo principale, e cioè nella costituzione dogmatica sulla Chiesa, dove appunto è illustrato questo quadro del popolo di Dio. Se vi dicessimo che Noi, in questo momento proprio di preghiera, raccolti come siamo per capire le cose che il Signore ci ispira, immaginiamo di avere davanti a noi distesa, quasi in panorama, tutta la santa Chiesa cattolica, la vedremmo nelle caratteristiche che San Pietro nota in una umanità raccolta da questo principio, Cristo: per questo fine, glorificarlo; per questo vantaggio, salvarsi; per questa trasfigurazione quasi; per questa metamorfosi che è introdotta in ognuno che compone questa comunità; l'ordine soprannaturale.

E la scoperta di una vocazione in ognuno dei componenti di questa grande schiera umana, di questo grande mare dell'umanità, ognuno personalmente chiamato, e non è né confuso né affogato nella moltitudine, e chiamato per nome - come dice poi l'Apocalisse - per l'ultimo giorno, «un nome nuovo» sarà dato a ciascuno degli eletti. Ebbene che cosa dice il Signore in questo? Che tutti siamo chiamati a esercitare, a comporre un sacerdozio regale -Qui c'è una reminiscenza dell'Antico Testamento, quella dell'Esodo, quando Dio parlando a Mosè prima di consegnare la legge, dice: «Io farò di questo popolo un popolo sacerdotale e regale» -, San Pietro riprende questa parola così esaltante, così grande, e la applica al nuovo Popolo di Dio, erede e continuatore dell'Israele della Bibbia, per formare un nuovo Israele, l'Israele di Cristo, E dice questa stessa parola: sarà il Popolo sacerdotale e regale che glorificherà il Dio della misericordia, il Dio della salvezza.

Questa parola è stata, sappiamo, anche fraintesa, come il sacerdozio fosse di un ordine solo, e cioè fosse comunicato a quanti sono inseriti nel corpo mistico di Cristo, a quanti sono cristiani; e in un certo senso è vero, e chiamiamo questo il sacerdozio comune. Ma il Concilio ci dice, e la Tradizione ce lo aveva già insegnato, che esiste un altro grado, un altro stato di sacerdozio, ed è il sacerdozio ministeriale che ha facoltà e prerogative particolari ed esclusive, il sacerdozio, appunto, ministeriale.

Ma fermiamoci a quello che interessa a tutti: il sacerdozio regale. Dovremmo qui domandarci che cosa significa sacerdozio, e le spiegazioni non sarebbero mai finite, ma intuiamo e ci contentiamo di questo però: che il sacerdozio vuol dire capacità di render culto a Dio, di comunicare con Lui, di offrirgli degnamente qualche cosa in suo onore e di colloquiare con Lui, di cercarlo sempre in una profondità nuova, in una scoperta nuova, in un amore nuovo; questo slancio della umanità verso Dio, che non è mai, mai abbastanza raggiunto, né abbastanza conosciuto. E il sacerdozio di chi è inserito nell'unico sacerdote dopo l'inaugurazione del Nuovo Testamento che è Cristo. Chi è cristiano è per ciò stesso dotato di questa qualità, di questa prerogativa di poter parlare al Signore in termini veri, come da figli a padre, «audemus dicere», possiamo davvero celebrare davanti al Signore un rito, una liturgia della preghiera comune, una santificazione della vita anche profana, che distingue il cristiano da chi cristiano non è. Questo popolo distinto, anche se è confuso in mezzo alla marea grande della umanità, ha però una distinzione caratteristica inconfondibile; San Paolo ci dirà «segregatus», ci dirà distaccato, distinto dall'altra parte dell'umanità, appunto perché investito di prerogative e di funzioni che gli altri, quelli che non hanno questa estrema fortuna e questa eccellenza di essere membra di Cristo, non hanno.

E dobbiamo allora pensare che dobbiamo esercitare noi, chiamati alla figliolanza di Dio, noi chiamati alla partecipazione del corpo mistico di Cristo, noi animati dallo Spirito Santo, noi fatti tempio della presenza di Dio in noi, dobbiamo esercitare questo colloquio, questo dialogo, questa conversazione con Dio nella religione, nel culto liturgico e nel culto privato, e dobbiamo distendere questo senso di sacralità anche sulle azioni profane. «Sia che mangiate - dice San Paolo - sia che beviate, fatelo nella gloria di Dio». E lo dice più volte nelle sue lettere, come per rivendicare al cristiano la capacità di infondere qualche cosa di nuovo, di illuminare, di sacralizzzare anche le cose temporali e le cose esterne, le cose passeggere e le cose profane. Cioè siamo invitati a dare al popolo cristiano, che Chiesa si chiama, un senso veramente sacro e, dicendo questo, sentiamo di dovere contenere l'onda di profanità, di desacralizzazione, di secolarizzazione che monta, che soverchia e che vuol confondere questi sensi religiosi o nel segreto del cuore, della vita privata, esclusivamente segreto di ogni interiorità personale o anche addirittura farli scomparire. Non c'è bisogno di distinguere un uomo da un altro, non c'è nul la che lo possa distinguere, anzi bisogna restituire all'uomo la sua autenticità, dobbiamo restituire all'uomo il suo essere vero che è comune a tutti gli altri.

La Chiesa e San Pietro oggi, richiamando il popolo cristiano alla coscienza di sé, gli dice: «Guarda che sei un popolo eletto, guarda che sei distinto, guarda che sei un popolo acquistato da Cristo, sei un popolo che deve esercitare un rapporto con Dio, un sacerdozio con Dio, particolare».

E perciò questa sacralizzazione della vita non deve oggi essere così cancellata, così espulsa dal nostro costume, dalla nostra vita, quasi che non debba più figurare.

Abbiamo perduto gli abiti religiosi, esteriori quasi, abbiamo perduto tante altre manifestazioni esteriori della vita religiosa - e su questo c'è tanto da discutere e tanto da concedere - ma bisogna mantenere il concetto, e col concetto anche qualche segno della sacralità, dicevo, del popolo cristiano, di colui che è inserito in Cristo, sommo ed eterno sacerdote.

Questo ci dirà anche come dobbiamo sentire grande calore religioso. Adesso c'è un'arte di studiare l'umanità, la chiamiamo sociologia, che prescinde da questo contatto con Dio. La sociologia di San Pietro, invece, la sociologia della Chiesa, mette in evidenza questo ideale di uomini, proprio questo aspetto sacrale, questo aspetto di conversazione con l'ineffabile, con Dio, col mondo divino, e dobbiamo questo affermarlo nello studio di tutte le differenziazioni umane, per quanto eterogeneo ci si presenti il genere umano, non dobbiamo dimenticare questa unità fondamentale che il Signore gli conferisce: siamo tutti fratelli nello stesso Cristo, non c'è più né giudeo né greco, né sciita né barbaro, ecc-, non c'è più né uomo né donna, tutti siamo una cosa in Cristo, siamo tutti santificati, abbiamo tutti la partecipazione a questo grado di elevazione di dignità soprannaturale che Cristo ci ha conferito e San Pietro ce lo ricorda. Ripeto, è la sociologia della Chiesa, questa, e non la dobbiamo obliterare né dimenticare. E guardando allora a quel panorama di cui dicevo prima, grande

piano della vita umana, tutta la Chiesa: che cosa vediamo? Anche qui l'analisi di che cosa è oggi la Chiesa e se si può confrontare con tranquillità con le parole che Pietro ci ha lasciate in eredità e in meditazione. Possiamo essere tranquilli? Non possiamo vedere nella Chiesa una fenomenologia che ci obbliga a qualche riflessione e a qualche atteggiamento, e a qualche sforzo, e a qualche virtù che diventa caratteristica del cristiano. Noi pensiamo in questo momento e credetelo, Figli e Fratelli carissimi, pensiamo con immensa carità a tutti i nostri fratelli che ci lasciano, a tanti che sono fuggiaschi, e sono fuggitivi, e sono dimentichi, a tanti che forse non sono mai arrivati nemmeno ad avere coscienza della vocazione cristiana quantunque abbiano ricevuto il battesimo. Come vorremmo davvero distendere le mani verso di questi e dire che il cuore è sempre aperto e la porta è facile e la soglia non è difficile, e vorremmo renderli loro stessi partecipi della grande e ineffabile fortuna della felicità nostra, quella di essere davvero in comunicazione ineffabile con Dio, che non ci toglie nulla neanche della visione temporale e del realismo positivo del mondo esteriore.

Forse ci obbligherà a rinunce, a sacrifìci, ma ci moltiplica i suoi doni, mentre ci toglie qualche cosa e ci priva di qualche cosa dell'energia di questo mondo. Ci impone rinunce, ma ci fa sovrabbondare di altre ricchezze. Non siamo poveri, siamo ricchi perché abbiamo la ricchezza del Signore. Ebbene, vorremmo dire a questi fratelli di cui sentiamo quasi lo strappo nelle viscere della nostra anima sacerdotale, quanto loro ci sono presenti, e quanto noi ancora e sempre di più li amiamo, e quanto preghiamo per loro, e quanto cerchiamo di supplire con questo sforzo che li insegue e li circonda. La interruzione che loro, loro stessi mettono alla nostra comunione con Cristo.

E poi c'è un'altra categoria, e ci siamo un po' tutti, e caratterizza questacategoria, la Chiesa di oggi. Si direbbe che da qualche misteriosa - no, non è misteriosa - da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio.

C'è il dubbio, c'è l'incertezza, c'è la problematica, c'è l'inquietudine, c'è l'insoddisfazione, c'è il confronto. Non ci si fida più della Chiesa, ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrere, per chiedere a lui se ha la formula per la vera vita, e non pensiamo di esserne già noi padroni e maestri.

E’ entrato, ripeto, il dubbio nella nostra coscienza, ed è entrato per finestre che dovevano essere aperte alla luce: la scienza. Ma la scienza è fatta davvero per darci delle verità che non distaccano da Dio, ma ce lo fanno cercare ancora di più e celebrare con maggiore intensità? E dalla scienza invece è venuta la critica di tutto, è venuto il dubbio di tutto quello che è e di tutto quello che conosciamo, e gli scienziati sono quelli che curvano la fronte più pensosamente e più dolorosamente, e finiscono per insegnare: «Non so, non sappiamo, non possiamo sapere».

Vero che la scienza ci dice i limiti del nostro sapere, ma tutto quello che di positivo ci dà dovrebbe essere luce, dovrebbe essere certezza, dovrebbe essere slancio, dovrebbe essere ricchezza, dovrebbe aumentare la nostra capacità di preghiera, di inno al Signore. Invece, ecco che la scuola diventa una palestra di confusione, di pluralità che non va più d'accordo, di contraddizioni qualche volta assurde, si celebra il progresso per poterlo demolire con le rivoluzioni più strane e più radicali, per negare ciò che si è conquistato, per ritornare primitivi dopo essere stati tanto celebratori delle conquiste, dei progressi del mondo

moderno.

Siamo in questo stato, ripeto, di incertezza anche noi, anche noi figlioli, anche noi della Chiesa. Credevamo che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole, per la storia della Chiesa. E’ venuta invece una giornata di nuvole e di tempeste, e di buio, e di ricerche e di incertezza, e si fa fatica a dare la gioia della comunione; predichiamo l'ecumenismo e ci distacchiamo sempre di più dagli altri, e cerchiamo di scavare abissi invece che colmarli. Come è avvenuto questo? Noi vi confideremo un pensiero che può essere - lo mettiamo noi stessi qui in libera discussione - che può essere infondato, e cioè che ci sia stato un

potere, un potere avverso, diciamo il suo nome, il diavolo, questo misterioso essere che c'è, e nella lettera stessa di San Pietro che stiamo commentando se ne fa allusione, non parliamo poi quante, quante volte nel Vangelo, sulle labbra stesse di Cristo ritorna la menzione di questo nemico degli uomini. Noi crediamo in qualche cosa di preternaturale avvenuto nel mondo proprio per turbare, quasi per soffocare i frutti del Concilio Ecumenico e non lasciare che la Chiesa scoppiasse nell'inno della gioia di aver riavuto in pienezza la coscienza di sé.

E appunto per questo, allora, Figli carissimi, noi vorremmo essere capaci, e più che mai in questo stesso momento, di esercitare la funzione che Dio ha dato a Pietro: «Tu devi confermare nella fede i tuoi fratelli». Noi vorremmo comunicarvi questo carisma della certezza che il Signore dà a colui che lo rappresenta anche indegnamente su questa terra e dirvi che la fede, per quanto basata su titoli, su argomenti che noi non riusciamo direttamente a misurare, ma basata sulla Parola, sulla Parola di Dio accertata e trovata consenziente con la nostra stessa ragione e col nostro stesso animo umano, questa fede ci dà certezza veramente sicura, e chi crede con semplicità, con umiltà, sente di essere sulla buona strada, di avere una testimonianza inferiore, che dice di sì, di avere uno spirito che, interiore, ci convalida nella nostra difficile ideologia e nella nostra diffìcile conquista della verità. Il Signore si mostra lui stesso luce e verità a chi lo accetta nella sua parola, e la sua parola allora diventa non più ostacolo alla verità e alla via nostra verso l'essere e la vita, ma diventa gradino su cui possiamo montare ed essere davvero conquistatori del Signore che a noi viene incontro e si dona oggi attraverso questa metodologia, attraverso questa via della fede che è anticipo e garanzia poi, Dio lo voglia, della visione definitiva.

E allora noi vediamo, ed è il terzo aspetto, che noi cogliamo tanto volentieri nel contemplare la grande distesa dell'umanità davanti a noi, l'umanità credente, noi vediamo una quantità di anime umili, semplici, pure, rette, forti che credono, che sono, come dice San Pietro proprio al termine della sua epistola, «fortes in fide» e noi vorremmo che questa forza della fede, questa sicurezza, questa pace trionfante quasi sopra gli ostacoli che il mondo, la vita e la nostra stessa esperienza e la fenomenologia delle cose pone davanti a noi, fossimo «fortes in fide».

Fratelli non diciamo cose strane e difficili e assurde, vorremmo soltanto che voi provaste a fare l'esperienza di un atto di fede con umiltà e con sincerità. D'uno sforzo psicologico che dice a noi stessi: «Guardiamo di porre un atto cosciente. E vero.,., non è vero..,, accetto.,., non accetto... Sì, o Signore, credo nella Tua parola, credo nella Tua rivelazione, credo in chi hai dato testimonio e garante di questa Tua rivelazione, per sentire e provare, colla forza della fede, l'anticipo della Sua beatitudine e della vita che con la fede ci è pro-messa. E così sia».

(Dalla registrazione su nastro conservato presso l'Istituto Paolo VI di Brescia. Cronaca del discorso in INS, X. 1972, pp. 703-709).