“Boia chi molla”. La scritta fatta con la vernice rossa, a caratteri cubitali, si staglia netta e orgogliosa sul muro di cinta del primo centro sociale occupato di destra nella capitale, forse in Italia. E, dall’altra parte del muretto, su uno sfondo rosso, spicca uno scudo bianco con l’angolo superiore tagliato al modo di quello che ornava le divise delle Ss con al centro una chiave. Che significa? “La chiave mi spiega Gino, uno degli occupanti è il simbolo dell’ingresso nel paradiso, del desiderio di superare i limiti umani”.

Niente di nuovo sotto il sole? Il solito gruppuscolo di ragazzotti nostalgici del fascismo? di sottoproletari in cerca di identità tanto dure nei modi quanto fragili nella sostanza?

Piano. Gianfranco Bettin (da noi intervistato nel numero scorso, pag. 15) scriveva nel suo libro L’erede (Feltrinelli), dedicato al caso Maso: “Nel confronto nel rapporto e nel conflitto tra i giovani e la società si produce spesso un’abrasione che rivela aspetti importanti del nostro tempo, e ne mette a nudo certe ferite, certe inquietudini altrimenti rimosse o soffocate ma ben presenti nella vita sociale e nella stessa vita degli individui, di tutti gli individui, compresi coloro che le negano o che fingono di non vederle” (p. 22). L’analisi di queste “abrasioni” diventa uno dei mezzi privilegiati per leggere cambiamenti, tensioni, problemi propri di un intero contesto, a volte di una società nel suo complesso.

Per questo siamo qui, a viale Castrense, a due passi dalla basilica di san Giovanni. La destra estremista giovanile, e i suoi simpatizzanti, tornano a fare notizia, ma non per le incursioni contro gli immigrati a Colle Oppio (20 gennaio 91) o per le stelle gialle a sei punte appiccicate alle saracinesche dei commercianti ebrei del quartiere Africano (2 novembre 92), quanto piuttosto per aver occupato come i giovani della più svariata sinistra due edifici prefabbricati costruiti per farci una scuola, da tempo in realtà del tutto abbandonati e in pessimo stato.

È il 1 luglio quando una quarantina di giovani decide di prendere possesso dei due edifici che costituivano, un tempo, la scuola. L’assessorato Casa del Comune di Roma reagisce assegnando gli edifici, pochi giorni dopo, ad un’associazione che opera in favore dei senza fissa dimora. Inizia uno scontro che si protrarrà per tutta l’estate e che porterà anche allo sgombero temporaneo dei locali occupati, con la stampa pronta a gettarsi su questa “anomalia” in camicia nera.

I gruppi giovanili più duri dell’area neofascista avevano conquistato per l’ultima volta le pagine di quotidiani e settimanali nei primi anni 90 quando, in seguito ai fatti sopra ricordati e ad altri più o meno noti, l’opinione pubblica scopriva con sgomento l’esistenza di gruppi razzisti minacciosi. Gli skinheads o naziskin, come anche vennero chiamati , la cui pericolosità sociale era cercata ed ostentata con un look apertamente ostile: capelli rasati, giubbotto bomber, scarpe Doc Martens.

Molti in realtà ne avevano fatto solo uno stile più che una consapevole scelta politica. Ma questi ventenni di borgata, senza lavoro, senza qualificazione professionale e con un titolo di studio spesso di scarso valore trovavano dei referenti in organizzazioni di estrema destra come il Movimento politico occidentale, al cui interno non c’erano solo sprovveduti borgatari. A via Domodossola sede del movimento accoglievano frotte di giovanissimi preoccupati per l'”invasione dei marocchini”, per il lavoro che non c’è, per una società che non gli riconosce alcun valore.

Allora a quei giovani le organizzazioni della destra “antisistema” offrivano un’identità “forte” almeno nelle intenzioni , aggressiva, apertamente scandalosa. Che sfidava tutto e tutti. “Odiati e fieri”, sfilando il 29 febbraio del 1992, a pochi metri dal celebre balcone di piazza Venezia, con lo striscione “Eccoci qua, come cinquant’anni fa”.

Poi, dopo quell’inebriante battesimo, per il Movimento politico e gli skinheads si era consumata in fretta la stagione di una popolarità tanto negativa quanto desiderata e il decreto “antinaziskin” del 1993 aveva sciolto quella e altre organizzazioni di estrema destra. A poco a poco gli skinheads uscirono dalle pagine dei quotidiani: i pestaggi di immigrati non erano più l’opera di letali sovversivi, ma la rabbia di qualche sbandato.

Ora tornano i fascisti, almeno sulla stampa. Sì, Gino, Giovanni, Gina e gli altri occupanti del centro sociale di via Castrense, non si nascondono dietro diplomatici giri di parole. Ma quello che vogliono fare è almeno in parte qualcosa di diverso, forse, sia dagli arrabbiati skinheads sia dalla militanza politica degli anni passati.

Per prima cosa, il centro sociale si propone come uno spazio aperto a tutti coloro che si riconoscono nell’area politica tradizionalmente definita di destra. Non è fondato su un’ortodossia politica tant’è che vi fanno parte tesserati di Alleanza nazionale, della Fiamma tricolore di Rauti, di altri gruppi. Anzi, il centro vuole accogliere anziani, donne, bambini del territorio. Il nome che gli è stato dato “Portaperta” non è affatto usuale per un’organizzazione che rivendica il suo essere “nazionalrivoluzionaria”. Fuori dai “covi” e dalle “fogne”, come si diceva negli anni Settanta, questi giovani aprono un centro alla luce del sole, tendono la mano alla popolazione circostante quella che simpatizza, almeno , aprono le porte appunto.

Nei primi giorni dell’occupazione, infatti, la scritta che trovano dipinta sul muretto di cinta i curiosi che passano a dare un’occhiata non è il tradizionale grido di battaglia fascista, ma un’innocua “Associazione Portaperta” con affianco il disegno di un castello medievale. Quasi li si poteva scambiare per una ludoteca dove si fanno giochi di ruolo fantasy. Inutile cercare suole carrarmato e simboli nazisti. Il “boia chi molla” e lo scudetto con la chiave sono stati dipinti solo dopo che questo murales finì distrutto da chi non ama gli occupanti freschi arrivati.

Ma c’è un secondo aspetto, ancora più interessante. Cosa unisce i “camerati” che occupano? come si fanno venire vecchi e bambini? “Vorremmo impostarlo come i centri sociali irlandesi, sogna Giovanni uno spazio aggregativo del quartiere: giochi per i bambini, i tavolini e le carte per gli anziani, la palestra per le arti marziali e la ginnastica, la musica e il ballo, il pub a poco prezzo”. E i laboratori espressivi, il doposcuola (cavallo di battaglia della sinistra da don Milani in poi) e chissà che altro. Si lavora tutti insieme per ristrutturare locali fatiscenti e sporchi. Non più (solo) l’attacchinaggio e i cortei, ma provare a fare i conti con problemi diffusi, quasi ovunque: un posto dove stare, un luogo dove divertirsi e fare cose, accessibile anche economicamente e in cui riconoscersi.

Non solo. La quasi totalità dei giovani che hanno occupato una cinquantina, la maggior parte tra i 17 e i 22 anni sono disoccupati. Poche carte da giocarsi in un mondo che pare offrire sempre meno chance. Il lavoro è un’emergenza che non trova risposte. Ecco allora l’idea di creare delle cooperative: un asilo nido per i bambini del quartiere, ad esempio, facendo leva sull’intenzione del Comune di creare a Roma degli “asili condominiali”. Le ragazze del centro, una decina, ci stanno pensando.

Il catalogo delle buone intenzioni potrebbe continuare, ma quello che importa è che, come nota Gina, “qui l’azione rivoluzionaria convive con l’apertura al sociale”.

Accanto a questo modo di aprirsi al territorio, alla “comunità” come preferiscono dire i giovani intervistati, c’è poi la tradizionale offerta di valori, simboli, comportamenti neofascisti.

Il mondo esterno è percepito come ostile e negativo? Troppo caos, troppo “materialismo”, troppo egoismo, troppi interessi parziali? Ecco rispuntare Benito Mussolini. Il duce per questi giovani non è tanto un personaggio storico, ma la prova che è possibile costituire la società in una unità (idealmente) assoluta. Qualcosa di non raggiungibile con il metodo democratico, che presuppone la pluralità come un valore, che apprezza le differenze di opinione e di valori e che, dunque, non ne prevede per principio l’annullamento. L’identificazione collettiva con il capo permette, misticamente, di accordare i singoli voleri in quell’armonia organica tanto agognata dai fascisti. Le fatiche della democrazia non gli paiono offrire tanto, anzi, è il metodo democratico che, per sua stessa natura, produrrebbe le rotture e i conflitti della società contemporanea.

Qui si invoca lo “spirito”: condensazione di un insieme di esigenze che il mondo della produzione e dei consumi, così come la vita sociale che in esso si dispiega, lasciano inappagate. E qualcosa di più: l’istanza di un’entità che racchiude tutti gli uomini, che percorre la storia c’era prima della mia nascita, ci sarà dopo. La metafisica necessaria per fondare la possibilità di unificare totalizzare il mondo e la comunità.

L’identità vacilla, non riesce a strutturarsi solidamente? Ecco pronto l’ideale eroico, virile, del guerriero in lotta contro il sistema, contro i disvalori in cui il mondo è scivolato. Un unico ideale di comportamento che, in un certo senso, non fa differenza tra maschi e femmine. Come mi dice con forza Gina: “È discriminante fare organizzazioni femminili. L’intento è unico e l’azione deve essere unica. Sono sempre stata accettata perché mi ponevo come gli altri militanti. Non lasciavo andare avanti i maschietti. Nel mondo fascista, se ti metti in prima fila sei rispettato: è la persona, maschio o femmina, che si deve far valere”. Nessuna discriminazione, dice Gina. A patto di uniformarsi al modello maschile, di essere come ogni militante (l’annullamento del proprio genere sta proprio qui).

Assenza di relazioni stabili, di amicizie su cui poter contare, di legami sociali che supportano? Ecco il mondo dei “camerati”. Una parola che non indica (solo) un residuo nostalgico. Il camerata è la persona su cui puoi sempre contare, a cui sei legato da un vincolo esclusivo di solidarietà. Il “noi” che è sempre più difficile costruire fuori, l’appartenenza forte, che agisce sempre per far emergere ancora una volta totalitariamente un’unica volontà.

Non è difficile scorgere le “abrasioni” che Bettin invita a cercare aldilà dello scandalo, dello sconcerto, dell’indignazione dietro le manifestazioni più estreme del sociale. È quel vasto mondo di giovani, ma non solo, che vive nelle periferie “modello” progettate quasi sempre dalla sinistra negli anni 70, che non può contare sui più elementari servizi, che si vede lo spaccio sotto casa, che incontra gli immigrati alle fermate degli autobus, che non trova lavoro. Che vede il mondo intorno a sé cambiare vorticosamente e non riesce a spiegarsi cosa stia accadendo. Che cova la rabbia e la depressione, che scalcia gli autobus pubblici e scende in piazza contro la prostituzione.

Qui non c’è rimasto quasi nessuno a dare senso alla vita comune, a fare società. Non la sinistra di governo, che fa le barricate per la riforma elettorale e il 513. Non la sinistra che si vuole “sociale” a parte una manciata di centri sociali “di area” e poco altro troppo presa dalla difesa della propria “diversità” e, oggi, dal cambiare le serrature prima che lo faccia il compagno di ieri. Non i sindacati, che sono ridotti ormai, sul territorio, al ruolo di centri servizi per sbrigare pratiche al prezzo di una tessera. Qualche parrocchia, certamente, ma non più di tanto e comunque con grosse difficoltà (vedi pag. 21). E, tutto sommato, nemmeno volontariato, associazionismo e cooperative sociali: nei casi migliori, pieni di buona volontà, capaci di buttar giù un progettino per il laboratorio ludico-teatrale ma lontanissimi dal saper ragionare ed agire in termini di sviluppo sociale complessivo di un territorio; nei casi peggiori, invece, attenti solo a vincere bandi e a non disturbare, secondo l’ascoltato principio del “non si sputa nel piatto dove si mangia”.

Nelle borgate e nei quartieri di edilizia popolare di recente costruzione, il disagio di sempre si unisce agli effetti della globalizzazione. Lo avverti chiaramente nei non-luoghi come li chiama Augé in cui, a mozzichi e bocconi, si consuma oggi quel poco di vita sociale che rimane: le fermate degli autobus, le file alla posta, le soste davanti ai banchi dei supermercati, le corse in metropolitana, le domeniche allo stadio. Si insinua nelle pieghe dimenticate delle periferie, nei baretti e nelle sale giochi che costituiscono, esse sì, una presenza capillare sul territorio.

Qui la questione sociale il lavoro in primo luogo e quella dell’immigrazione, del rapporto tra le culture, si fondono insieme in un intreccio micidiale non facile da districare. Qui cresce, a vista d’occhio, la distanza dalla politica che gira ormai nell’autoreferenzialità della “classe politica” concepita da Gaetano Mosca , l’insofferenza per la sua incomprensibilità quando gli inquietanti nemici del giorno prima diventano gli imprescindibili alleati di oggi.

Qui il gruppetto di giovani neofascisti del centro sociale ha deciso di spalancare le sue porte. Scelta innovativa. Se l'”apertura al sociale” non sarà solo un temporaneo espediente propagadistico. Se si resisterà alla tentazione di tirar fuori le anticaglie del ventennio e le facce feroci. Se si continuerà a tessere società. Allora la destra neo e post fascista raccoglierà proseliti e consensi. Un’umanità disorientata, sfinita, rancorosa, sfiduciata, disperata attende risposte. Forse solo attenzione ed ascolto. Chi ci starà a darglieli?