di andrea porcheddu

Vale la pena analizzare in modo più approfondito, a pochi giorni dalla conclusione, i quattro lavori che hanno vinto l’edizione 2003 del Premio Scenario. Come ormai si saprà, si tratta di una iniziativa tra le più interessanti del panorama nazionale: tra i tanti riconoscimenti più o meno «pilotati» che ogni anno elargiscono allori, il Premio Scenario si pone come una realtà efficace di monitoraggio e sostegno alle giovani compagnie di ricerca. Dopo varie selezioni in tutto il territorio, infatti, un gruppo di proposte spettacolari (della durata di venti minuti) raggiunge la fase semifinale – quest’anno fatte a Bari e Faenza – per poi approdare alla finale di Santarcangelo: qui, in una vera e propria pre-apertura del Festival, i 12 finalisti si contendono un premio produttivo di ottomila euro e tre segnalazioni. L’aspetto notevole di tutta la faccenda è che il Premio Scenario vive e cresce esclusivamente grazie all’impegno di Centri di Ricerca e Compagnie che si autotassano: non ci sono, cioè – almeno per il momento – aiuti dallo Stato.

Ma veniamo agli spettacoli. Questa edizione si è segnalata per un diffuso livello qualitativo: spettacoli interessanti, di grande rigore, creati con sentita partecipazione da artisti giovani e giovanissimi. Difficile, allora, scegliere i quattro vincitori. Eppure pubblico e giuria si sono trovati d’accordo nell’assegnare il primo posto alla compagnia M’Arte-Movimenti d’Arte, di Palermo. Quasi a tessere un filo che consacra una nuova scuola palermitana (vincitrice dello scorso Premio Scenario è stata Emma Dante, con la Compagnia Sud Costa Occidentale, e dalla stessa edizione emerse il talento di Davide Enia), il gruppo M’Arte ha confermato i fermenti creativi di una città che sa vivere con intelligenza e grande sensibilità il dolore del contemporaneo. Come campi da arare, questo il titolo dello spettacolo vincitore, è un lavoro che coniuga sapientemente danza e prosa, elaborando storie evanescenti eppure struggenti di tre donne – scampate, in fuga, sopravvissute o già morte – che evocano per semplici tratti, con gesti e timbri delicatissimi e violenti, la loro storia. Sono il bisogno d’amore, la lontananza, la sopravvivenza, la durezza, lo scontro, la memoria i temi che emergono in questa partitura che si appoggia a una struttura scenica semplicissima eppure efficace: scatoloni di cartone, che invadono la scena e diventano simbolo di rifugi, tombe, palazzi sventrati. È uno sguardo non manierato né retorico, quello che emerge dal lavoro delle tre intense performer (Sabina Petyx, Alessandra Fazzino, Daniela Donato, a dividersi con Giuseppe Cutino e Sabrina Recupero, la creazione, la regia e l’interpretazione dello spettacolo), dove il sorriso lascia spesso spazio alla commozione. Sono le piccole cose dell’amore – lettere, pensieri, parole – che dolorosamente esplodono sulla scena in istanti di grande bellezza: danze popolari, lotte corpo a corpo, sciacallaggio, canzoncine, fino al sogno di volare, angeli laici e sconfitti, per gridare forte il nome dell’amato.

E se i palermitani M’Arte hanno ottenuto il primo premio, accanto a loro altre tre giovani formazioni completano il palmares. Notevole la prova delle romane Habillé d’Eau: il gruppo, costituito dalla coreografa Silvia Rampelli, guarda al linguaggio rarefatto ed estremo della danza Butoh giapponese. In scena con Alessandra Cristiani, Andreana Notaro, Francesca Proia, la Rampelli dà vita a un racconto dove gli stilemi orientali vengono fortemente contaminati con una occidentalizzazione morbosa e a tratti inquieta, in un grande rigore compositivo e interpretativo. Il corpo si fa strumento di una esposizione violenta, straniata, eppure rarefatta, legata ad apparizioni che sconfinano nell’ombra di un buio assoluto. C’è una violenza sottesa in Refettorio di Habillé d’Eau, ci sono vittime e carnefici, che si mostrano sfaccia tamente, distorti e disturbanti, in un flusso sonoro che rende il tempo sospeso, come annullato, tanto da incantare lo spettatore e trasportarlo in derive assolutamente imprevedibili.

Diverso il percorso di Michele Sinisi e Michele Santeramo, del pugliese Teatro Minimo. Sono attori già notati, singolarmente – in diverse occasioni – proprio per le qualità affabulatorie, per la loro forza di raccontare storie epiche e quotidiane. Ora hanno unito i loro percorsi artistici e, con altri, si sono tornati nella Puglia d’origine, e si sono stabiliti ad Andria, dove hanno creato la compagnia Teatro Minimo. Pur senza perdere di vista l’afflato narrativo, Sinisi e Santeramo hanno fatto tesoro delle reciproche «doti», e hanno avviato un percorso di ricerca decisamente interessante. Al Premio Scenario hanno presentato Murgia, lavoro che vede il solo Sinisi in scena, e che vuole essere un racconto su quella terra primordiale e dura, perennemente battuta dal sole. La Murgia appare attraverso le parole, i racconti, gli incontri di Andrea, il «protagonista» di questo racconto corale per un solo attore, che torna a casa. È una storia surreale, affascinante, magica, dai ritmi vorticosi. Sinisi mostra grande sapienza d’attore, la capacità di ottenere un ascolto assoluto e partecipe: diverte, mescolando italiano e dialetto; incanta, evocando storie che attingono al magico; commuove, laddove spinge lo sguardo nella miseria di vite vissute semplicemente e dignitosamente… Quarto, ma non ultimo, tra le segnalazioni, il gruppo modenese Progetto Aïsha. Amal Oursama e Samir Oursama, sorella e fratello, sono immigrati di seconda generazione: perfettamente italiani, mantengono però vivo il contatto con il proprio paese d’origine, il Marocco. Con Arrabat, i due creano uno spettacolo vivacissimo, strampalato, energico: una freschezza e una felicità narrativa rara fanno del lavoro un piccolo gioiello. Arrabat è uno spaccato di vita, un sussegursi di quadri e situazioni quotidiane che sconfinano nell’astrattismo simbolico ad ogni istante. È un gioco infantile ma disincantato, dolceamaro sfogo di chi parla di lavoro e panettoni, viaggi e ricordi, sigarette e sogni. Ben interpretato dai due giovanissimi protagonisti, Arrabat affronta con poetico candore il tema scottante dell’immigrazione, del razzismo strisciante ed emergente, dell’incontro con l’Altro.

Come in ogni concorso a Premi, il gioco degli «esclusi» lascia molti scontenti. Forse è opportuno segnalare, qui, almeno la incredibile verve interpretativa di Silvia Gallerano, che in Assola, dipinge ritratti caustici e comici di certi modi di essere donna, con il grande coraggio di mostrarsi, indifesa e sola, fragile come i propri personaggi. Attrice di scuola, acuta osservatrice della realtà, la Gallerano riprende e rilancia, oggi, la lezione di intelligente ironia della grande Franca Valeri. Già numerosi e importanti Festival hanno deciso di aprire ai vincitori del Premio Scenario: e altri arriveranno, per dare spazio e visibilità a una nuova generazione di artisti. Insomma, sembra proprio che, nonostante tutto, il giovane teatro italiano continui a crescere…

Gli spettacoli vincitori del Premio Scenario 2003 saranno messi in scena nei festival estivi ad Armunia, Festival di Castiglioncello (16 luglio); Teatri dell’Impossibile, Festival di Volterra (24 luglio); Drodesera, Dro (29 luglio). (8 luglio 2003)

Nella foto, una scena di Come campi da arare, il progetto vincitore del Premio Scenario 2003