C’è utopia e utopia. Ma quella comunista che era partita come speranza di riscatto e come sogno di un mondo migliore per milioni di persone sembrava la più bella di tutte. Per quell’utopia sono

morti in molti credendoci; altri sono morti sacrificati ingiustamente, altri si sono svegliati troppo tardi; altri la rimpiangono ancora; altri ripensano con dolore e con orrore a quello che sarebbe potuto essere e non è stato e a quello che invece ha portato con sé: ingiustizie, violenze, corruzione, sconfitte economiche fino all’orrore dei gulag. Non sempre l’utopia è il migliore dei mondi possibili. Lo racconta anche Moni Ovadia in La bella utopia ovvero lavoratori di tutto il mondo ridete con tutta la sua arte di narratore e cantore e con tutta la sua disillusione.

Scegliendo come personaggio conduttore, come “maschera”, l’ebreo Rabinovic,

suo ideale

compagno da anni, con il suo umorismo scorticante, con la sua ironia spiazzante, dunque, Moni Ovadia racconta e canta tristi canzoni e canzoni rivoluzionarie, accompagnato dalla coinvolgente voce di Lee Colbert e dalla Moni Ovadia Stage Orchestra. E ci suggerisce una morale: gli uomini della provvidenza sono sempre i peggiori. È così che la bella rivoluzione è naufragata nelle violenze di Stalin, nelle sue purghe, nei gulag, dove i dissidenti e i nemici politici hanno vissuto in prima persona l’orrore. Lo dice dando la parola agli ebrei che sono stati ingannati due volte: la prima perché hanno creduto nell’utopia, la seconda perché la rivoluzione nella sua aberrazione peggiore -lo stalinismo – li ha condannati ai lager sovietici da dove molti di loro, fra i quali alcuni fra i maggiori geni dell’epoca da Mejerchol’d a Babel, non sono più tornati.

Lungo una linea accidentata che idealmente congiunge

Majakovskij e l’orgoglio per il suo passaporto sovietico alla disillusione consapevole di Evtusckenko e al suo addio alla bandiera rossa “sorella e nemica”, Ovadia

ci racconta questo scorcio del XX secolo così terribile eppur carico di speranze, mentre alle sue spalle e sulle quinte si proiettano le immagini e i filmati d’epoca molti coinvolgenti che Elisa Savi ha scelto affiancando Ovadia nell’ideazione di questo spettacolo di cui cura anche le scene e i costumi. Ecco Stalin, il “sole ingannatore” ma anche Lenin e Trozkij gli emblemi dell’utopia naufragata, giù giù fino a Gorbaciov ed Eltsin.

Lo spettacolo è diseguale e con qualche lungaggine di troppo, ma mai ambiguo e pone delle domande senza cercare delle risposte preordinate: e a ovviare qualsiasi enfasi retorica c’è la fulminante ironia ebraica con tutto il suo disincanto, saggia e feroce anche verso se stessi. Piaccia o non piaccia, La bella utopia ha in Ovadia, camicia alla russa e stivali, il suo incisivo interprete. Che non minimizza, che non perdona, ma che si domanda ben sapendo che è già tutto chiaro: è stata una bella utopia, ma è finita male, purtroppo.

di maria grazia gregori Vuoi ricevere quotidianamente le ultime recensioni nella tua casella di posta? Attiva il servizio

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