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Omelia di Natale

Nonostante tutto, facciamo Natale, facciamo festa.

Nonostante la guerra in Afganistan, la situazione in Argentina, i conflitti eterni in tanti paesi del mondo che fanno morti ma non fanno notizia.

Anzi facciamo Natale proprio su questi sfondi.

Qualcuno ha proposto di non cantare il Gloria a Natale in segno di lutto per la guerra. Io dico che bisognerebbe cantarlo due volte quest’anno perché tutti lo sappiano bene che c’è un Dio dall’altra parte della guerra, dalla parte cioè della pace, un Dio che si è schierato con gli uomini di buona volontà per sconfiggere tutto quello che è peccato, tutto quello cioè che è sbagliato e fa male all’uomo.

Gloria a Dio in cielo e pace in terra agli uomini che sono tutti amati da Dio. La Pace è stata proclamata dopo la nascita a Betlemme e dopo la Pasqua: Pace a voi. Vi do la mia pace.

Da oltre 2000 anni noi cristiani contempliamo questo bambino con le braccia spalancate, come volesse fare dono agli uomini di questa pace, far volare dal presepio la sua colomba della pace, offrire a tutti i pastori un ramoscello di ulivo.

Ma la gran maggioranza degli uomini non hanno tempo per questo bambino. Fanno festa nella vicina Betlemme, ma non vanno alla grotta. Fanno festa, ma non fanno Natale. Vogliono tutti la pace ma fanno la guerra a quelli che disturbano la loro pace e condannano le guerre degli altri.

“Vi do una pace diversa” dice il Cristo, diversa da quella che si annuncia nei parlamenti, nelle marce, sui giornali.

Cristo ha la formula magica per ottenere la pace in tutto il mondo: non costa, cifre infinite come le armi con cui gli uomini pensano di fare la pace, costa niente. Non richiede piani strategici di alta competenza militare.

E’ una formula semplice che il mondo prova con successo, ma solo qualche ora all’anno, a Natale: l’amore, l’utopia dell’amore globale, quello che parte dalla conversione del cuore.

Non ci sarà mai un mondo in pace se non viene eliminata dal cuore dell’uomo la violenza quotidiana, in casa, sul lavoro, sulle strade, nelle assemblee condominiali, nelle scuole, nei parlamenti e consigli comunali.

E la conversione che chiede questo re – bambino è quella che, partendo dalla preghiera e dal digiuno, adottiamo ognuno uno stile di vita che sceglie la “sobrietà di vita, l’attenzione ai bisogni dell’altro, l’accoglienza verso tutti, il dialogo come unica via per risolvere i problemi, il perdono come passo necessario a far cessare le violenze”. (Come ha detto il Vescovo nella giornata di digiuno del 14 dic.).

Le braccia del Bambino sono aperte a tutti, come quelle del Buon Pastore, come quelle del crocefisso.

Sono aperte alla Vergine Maria e alla peccatrice Maddalena, al fedele apostolo S. Giovanni e al traditore Giuda, al suo popolo eletto e ai popoli pagani dei Re Magi.

Cristo non ha scritto un libro sulla pace: ha tracciato per primo la strada della pace che lo ha portato ad accettare di morire a causa dei violenti piuttosto che reagire alla violenza.

E con la sua risurrezione che è stata come la corona con cui il Padre lo ha premiato, è diventato segno di speranza per tutti coloro che credono alla pace quotidiana, che rifiutano come male ogni forma di violenza o di complicità con i violenti a costo di perdere amici o la carriera.

Beati i costruttori di pace! Beati quelli che seguono questo re bambino, questo re crocifisso. Questi fanno parte del regno di Dio, anche se non sono nella Chiesa, anche se sono musulmani o atei, anche se vengono in chiesa solo la notte di Natale.

Il Bambino Gesù quest’anno vuol consegnare a ognuno che va alla sua grotta una piccola colomba: bianca come la particola che riceveremo alla Comunione. Una colomba da portare a casa, da custodire da ogni arma di violenza che si nasconde nel nostro cuore. E farla crescere nelle nostre case questa colomba fino a Pasqua, oltre il venerdì santo e farla moltiplicare, regalandola agli amici della pace. E farle volare queste colombe oltre le finestre di casa, tutte insieme nei cieli del mondo, da Kabul a Betlemme, dalle macerie delle Due Torri alle inferriate delle carceri di Erica e di Omar, in ogni fabbrica dove si costruiscono armi di morte e di schiavitù, e che portino con il loro becco come regalo ai potenti della politica e dell’economia la bilancia della giustizia mondiale.

Non è un puro sogno: Cristo che ha pianto sulla prossima distruzione della sua cara Gerusalemme, ha anche affermato prima di salire al cielo che lui sarà sempre con noi per sconfiggere il peccato con le armi deboli dell’amore e della giustizia.

Facciamo Natale dunque.