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08:33 – mercoledì 12 novembre 2008

Makhar Vaziev

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Scala: repentino cambio al vertice del balletto

Prima del previsto e ancora una volta, Elisabetta Terabust lascia la direzione del ballo del Teatro alla Scala. Non si è verificato insomma l’auspicato ritorno di fiamma tra la stella romana e la compagnia da lei già diretta con piglio e bravura negli anni ’90, quando contribuì in maniera determinante al suo rilancio (oltre che alla fioritura di certi talenti, Bolle e Murru in testa). A distanza di oltre dieci anni – e dopo la buona esperienza direttoriale di Frederic Olivieri, soprattutto nell’ambito del repertorio, con il ritorno di grandi maestri della coreografia del nostro tempo – il biennio con il quale Elisabetta faceva il suo rientro nelle sale del Piermarini non è servito né a lei né ai danzatori a raccordare i suoni e a riprendere insieme la corsa, oggi più che mai vitale per la ragion d’essere del complesso scaligero.

Così, per motivi personali e in piena stagione, Terabust chiude anzitempo la sua storia scaligera e nel prossimo gennaio lascerà la sua poltrona al nuovo direttore del ballo. Il quale, e qui viene il bello, è il russo Makhar Vaziev, per quindici anni indicato dai comunicati stampa come direttore artistico del Balletto Kirov del Marijnsky di San Pietroburgo (anche se, apprendiamo dall’amico Sergio Trombetta, grande esperto di cose di Casa Russia, ufficialmente soltanto “zavedushchij” ovvero responsabile della troupe, incaricato quindi di gestire il day by day della compagnia, ma non di operare delle scelte artistiche – anche perché con Valerij Gergiev come direttore generale risulta assai difficile una vera autonomia).

Perché il bello? Proprio per la provenienza, la cultura e la mentalità artistica e lavorativa del neodirettore. Il quale, appunto, era alla testa di una delle più importanti compagnie di balletto del mondo, dotata di artisti di levatura assoluta e soprattutto considerata all’interno del suo teatro, di analoga dignità delle altre espressioni di teatro musicale. E ora si ritroverà dinanzi ad una compagnia paralizzata dal problema della stabilità, scarsamente disponibile a dinamiche interne, irrigidita in una gerarchia che impone anche prese di ruolo scervellate ma inevitabili in quanto “dovute per status”, con uno standard generale – stilistico e tecnico – non particolarmente entusiasmante. E con la contrazione delle produzioni dovute alla generale crisi delle fondazioni liriche.

Sappiamo che Vaziev è abituato a mediare, a gestire situazioni complesse, a convincere coreografi di fama mondiale a lavorare in situazioni caotiche e disorganizzate. Ma lì la contropartita era la storia, la grandezza, il genio della compagnia pietroburghese. Qui cosa succederà? Sarà insomma lui la scelta giusta al momento giusto?

Certo, fa riflettere questa indiscutibile propensione scaligera per il mondo del balletto russo, che ha portato già a nominare la fashion ballerinaSvetlana Zakharova come étoile della casa e fare dello zompante Sarafanov un guest fisso e che ora mette sulla poltrona massima della compagnia Vaziev. A voler essere maliziosi, non si può non rilevare l’influenza – eccessiva? – di certi consulenti scaligeri occulti, pronti a risolvere le questioni del ballo con l’immediata collocazione nei posti di comando dei propri artisti di riferimento, tutti o quasi di estrazione russa, ad uso e consumo del pubblico e di una certa pubblicità utile al botteghino. Ma come non è realmente utile alla ricostruzione di una identità artistica generale della compagnia un artista che arriva, fa una sola prova di scena, debutta, riscuote il suo lauto cachet e se ne riparte (e si vede, eccome se si vede!), resta difficile, al momento, pensare che un neodirettore totalmente estraneo alle problematiche e alle logiche del teatro di danza di un teatro d’opera europeo – anzi, italiano – possa riuscire ad adattare efficacemente il proprio modello operativo.

Speriamo davvero di sbagliare. Ma ci sia consentito un po’ di sano scetticismo, nutrito da anni di osservazione delle cose di danza nostrane. Risuona del resto come un “memento” la notizia – arrivata in coincidenza con il comunicato di nomina di Vaziev – della scomparsa della grande ballerina e didatta americana Rosella Hightower. Anche lei, a suo tempo, direttrice del Ballo alla Scala. Anche lei piena di belle speranze e intenzioni. Anche lei in fuga, dopo solo due anni (e uno scervellato Lago dei Cigni, affidato – altro specchietto per le allodole – alla regia e nuova drammaturgia di Franco Zeffirelli, per il quale gli spiriti di Ivanov e Petipa gridano ancora vendetta).

_____Chi è Makhar Vaziev

Nato ad Alagir, nel nord dell’Ossezia, ha compiuto l’intero suo percorso artistico in seno al corpo di ballo del Teatro Marijnski di San Pietroburgo. Si è diplomato alla prestigiosa Accademia Vaganova nel 1981. Due anni prima, nel ’79, era entrato al Kirov, diventandone “principal dancer” dieci anni più tardi. Il 25 aprile del 1995 ne ha infine assunto la direzione artistica, succedendo a Oleg Vinogradov.

di silvia poletti clarocorriere scrive alle 10:37 – sab 08 nov 2008

Forse Vaziev è stato scelto per la disponibilità, o presunta tale, di saper mediare davanti a situazioni difficili che fuoriescono dal mero contesto artistico, per le quali ahimè, la scala e coloro che ne fanno parte, continuano incessantemente a distinguersi sempre più, e grazie ad esse stanno passando alla storia contemporanea assai di più che per i meriti artistici. Ciò che più mi spiace in questo caso, è dover constattare come una persona di talento quale è Terabust, in grado di comprendere con sensibile maestria le cose della danza, ancora una volta abbia troncato i rapporti con una “famiglia” di riferimento nella sua vita personale e artistica. Si potrebbe pensare che, essendo stato il suo stato un ritorno, si trattava di una “minestra riscaldata”. E’ altresì vero però che sui meriti di artista e maestra di Terabust, espressi oltre un decennio fa, la scala può ancora adesso forgiarsi e vivere di rendita.

Se mi è lecito da appassionata di danza offrire un consiglio a Terabust, vorrei che Elisabetta si armasse di una overdose di umiltà e povertà. E, così feconda di virtù francescane, vorrei che cominciasse a bussare alla porta di compagnie piccole, anche solo semi professionali, o magari a semplici scuole. E, in punta di… scarpette, ne favorisse la crescita qualitativa, dei singoli, del gruppo, dei coreografi, dei maestri, con totale libertà creativa. Così facendo, contribuirebbe ad allargare l’offerta qualitativa del balletto italiano che oggi, specialmente in provincia, inganna il pubblico con nomi, proposte, titoli mutuati dagli “originali” e sempre più spesso li inganna con i nuovi eroi della danza televisiva. Offrendo balletti sotto l’aspetto di format, di foto usa e getta con la definizione di un telefonino, e se di richiamo internazionale, in forma di divertissement turistici da asporto.

Sono sempre più convinta che, se dal basso partisse davvero un’offerta qualitativamente alta della danza, anche in “alto” forse, qualcosa cambierebbe, se non altro per il timore di essere messi per la prima volta in disparte da coloro che sono sempre stati snobbati dai vertici della danza. E a quel punto il timore di emarginazione, metterebbe in disparte i capricci, le bizze, le pretese, a favore di una qualità che nella danza come in qualsiasi altra disciplina artistica, deve avere il sopravvento. Consiglierei ancora Terabust di andare alla ricerca di antichi mecenati per arricchire la sua missione, e finalmente soppiantare tutti gli “istituzionalisti” che, per mero desiderio di potere, operano spavaldamente scelte in campi a loro oscuri e nei quali non avrebbero alcun diritto di azione.

Mi diceva pochi giorni fa un noto regista: “Non ha senso il sindacato degli artisti,non si può scioperare. L’unica forma di combattimento per le compagnie e i giovani gruppi che desiderano emergere, deve passare attraverso la propria opera. Non ci si può lamentare, bisogna concentrarsi sull’opera d’arte perchè il nostro non è un mestiere come un altro”.

Provare per credere.